Il racconto: “Sulla luna”

Per qualche giorno non riuscirò ad aggiornare questo blog. Vi lascio perciò qualcosa da leggere:un mio racconto di quasi fantascienza non troppo lungo e un tantino bizzarro (come, del resto, quasi tutti i miei scritti). Buona lettura e a presto!

Sulla luna

sulla lunaEra il giorno di apertura. SP3 era in agitazione come sempre. Se si fosse sbagliata, confusa, impappinata. L‘ultima volta fu un vero disastro quando, nel pieno del racconto, le parole cervello e uccello si sovrapposero improvvisamente, creando non poca confusione sulle modalità di apprendimento utilizzate dagli avi. Non sopportava le risatine di scherno, i bisbigli, che questo genere di incidente di solito procura nei visitatori.
Ultimamente le accadeva sempre più spesso di non essere così lucida e chiara come un tempo. E non poteva neppure attribuire quegli errori alla vecchiaia: la parola vecchiaia era stata abolita.
Successe quando ci si accorse che era diventata economicamente troppo onerosa. Fu così che tutti iniziarono a morire nel fiore degli anni (non meno di 90) e nel pieno della loro attività lavorativa. D’altra parte, da tempi immemorabili, non ci si potevano più permettere costosi ozi pensionistici, e quindi, la fine arrivava quasi sempre lì, sul posto di lavoro.
Le carriere erano quindi lunghissime, ma la qualità delle mansioni affidate aveva un andamento a campana, soprattutto ai livelli più alti. Infatti si raggiungeva un culmine e poi, sebbene le qualifiche prendessero nomi sempre più altisonanti, con il passar del tempo, le attività svolte concretamente comportavano sempre meno responsabilità. Per intenderci, il gradino finale della carriera di un ricercatore dell’Ambiente era: Responsabile Sanificatore Unico, un’ attività che consisteva nella pulizia quotidiana di una strada o di una piazza..
SP3 era appena stata promossa da Direttore Generale del museo a Responsabile Diretto delle Relazioni Esterne ovvero, accompagnava i visitatori nel giro del museo. E questa non era certo la tappa finale della sua carriera, che prevedeva il titolo di Capo Edificio Espertissimo (mansione: indicare l’ubicazione delle toilette di tutti i piani).
Intanto SP3 girava vorticosamente per gli ambienti per evitare di fare errori di datazione e di collocazione dei reperti nel corso della visita: lì c’era la ruota di una Ferrari da corsa, là un cellulare vicino a un ridicolo modello di computer, e così via. Tutti pezzi preziosissimi portati lì dal pianeta di origine, Terra. Così almeno si diceva. SP3 sorrise. Ne aveva sentite di storie sulla Terra nella sua lunga permanenza al museo!
Si diceva che quel pianeta fosse stato un tempo abitato anche da viventi diversi dall’uomo: cose chiamate piante, roba che nasceva spontaneamente dal terreno e che a volte emetteva molecole di deodorante non sintetico. Inoltre si narrava dell’esistenza degli Animali, esseri che potevano avere due, quattro e anche mille gambe e che volavano, strisciavano e perfino nuotavano. Fin dove può arrivare l’immaginazione!
Intanto era giunta all’ultimo piano del museo. In un luogo un po’ nascosto, c’era una teca poco illuminata e con indicazioni vaghe nel cartellino. Conteneva un reperto sulla cui autenticità correvano molti dubbi e che quindi era stato isolato e dimenticato. SP3 aprì la vetrina, e ne trasse uno strano oggetto. Non era che un oggetto, un oggetto qualsiasi, ma ogni volta che lo vedeva qualcosa di strano si metteva in moto in lei. Era una specie di recipiente: finiva a punta e sulla parte opposta all’apertura aveva una sorta di appendice alta otto centimetri. Era rosso lucente, bellissimo. Non esisteva niente di simile lì sulla Luna nel 3000dT (dopo Terra).
Aveva fatto delle ricerche; da antiche scritture era venuto fuori un nome: scarpa. Si diceva si mettesse ai piedi per spostarsi (allora si diceva camminare) e quel particolare tipo di scarpa si indossava per ballare. SP3 non era riuscita a capire che cosa significasse ballare ovvero, muoversi a tempo di musica. Era la frase “tempo di musica” a riuscirle estremamente oscura. Sul significato di musica, infatti, si erano varie ipotesi, ma nessuno sapeva dire cosa fosse. Sulla Luna, infatti, non esisteva neppure il suono e ci si capiva attraverso sensori che traducevano i pensieri.
In ogni caso, dopo anni di disquisizioni e ipotesi, gli studiosi avevano archiviato quell’oggetto come falso. E a ben pensarci, chi avrebbe mai potuto mettere quelle cose ai piedi e poi quali piedi. Ormai, quelle inutili appendici non esistevano più sostituite da parti meccaniche, che rendevano molto più veloce spostarsi sul terreno lunare. Si poteva così sfruttare la quasi l’assenza di gravità e sfiorare appena il suolo quasi in un principio di volo.
SP3 però aveva continuato a far ricerche su quell’oggetto dimenticato e aveva scoperto il resto del mito. La leggenda narrava che la prima donna a mettere piede sulla luna, volesse lasciare lì, sulla superficie lunare, qualcosa che potesse essere inequivocabilmente associata al genere femminile in modo che fosse chiaro che, fra i colonizzatori del nuovo mondo c’erano anche loro, le donne e con un ruolo da protagoniste. Così scelse le scarpe col tacco (il tacco doveva essere l’appendice di otto centimetri) e le lasciò lì, sulla superficie lunare, a perenne ricordo.
SP3 sorrise pensando all’inutilità di quel gesto. Nel suo mondo, infatti, uomo, donna erano solo nomi e non c’era differenza fra i due sessi. Anzi nel vocabolario quella parola, sesso, non compariva più in nessuno dei significati. Solo certi storici la citavano come una curiosità del passato. L’assurda pratica della procreazione era un fatto che interessava solo i medici: ovuli e spermatozoi si ritrovavano in provetta senza bisogno di inutili contatti. I bambini, poi. C’erano apposite unità mobili che li addestravano e impedivano che circolassero per il mondo fino a quando avessero perso quella fastidiosa voglia di conoscere e di far domande. Niente pianti, niente risa sulla luna. Tutto era silenzioso, pacato. Da tempo anche la parola amore era caduto in disuso, anche questa cancellata dai vocabolari. Bacio, carezza, non si sapeva neppure cosa fossero in quel mondo efficiente in cui il lavoro era l’unico valore. Si era tutti un po’ uomini, un po’ donne e un po’ macchine.
Il cambiamento era stato lento ma sistematico. I primi a cadere furono gli ideali, considerati troppo vaghi per essere utili; poi fu la volta delle idee. E poi anche il semplice pensare fu guardato con sospetto. I sensori applicati al cervello impedivano il pensiero libero se non per brevi istanti e anche i sogni erano controllati. La causa ufficiale, per giustificare tutto ciò, era che bisognava adattarsi condizioni estreme, era una questione di sopravvivenza. E così, pezzetto per pezzetto erano stati smontati e modificati. Ma sopravvivevano, anche se le ragioni di questo sopravvivere erano piuttosto oscure, ancora più oscure di quanto non fossero quelle del vivere per gli antenati terrestri.
Nessuno però si poneva domande esistenziali: erano programmati per vivere, vivere e basta.
Eppure, nonostante tutto, SP3, ogni volta che guardava quella scarpa rossa, sentiva rinascere stimoli antichi, sentiva nell’aria come una musica e aveva voglia di ballare. E così, anche quel giorno, dopo aver estratto la scarpa dalla bacheca, pur ignorando il significato di ciò che stava facendo, cominciò a ondeggiare ritmicamente e intorno le pareva di udire suoni, voci umane, grida di bambini.
Le pareva di sentire il calore di carezze e si sentiva felice, anche se non sapeva si dicesse così, mentre sentiva il battito veloce del suo cuore. Veloce, troppo veloce.
L’addetto alle pulizie D103 la trovò così, seduta sul pavimento e con una strana espressione sul viso. Un sorriso, seppe poi, dopo essersi documentato. Tra le mani. SP3 aveva un oggetto rosso. Un puro semplice oggetto nient’altro che un puro semplice oggetto eppure l’addetto D103 sentì un brivido, quando lo prese tra le mani e lo ripose nella teca. Per sempre.

 

 

 

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La buona notizia

 

la buona notiziaLa buona notizia del venerdì

Marco ha conseguito la maturità scientifica con 100/100 !!! Complimenti!

Marco? Non sarà un po’ troppo personale come notizia del venerdì?
No, non lo è.
Marco Cameriero è un ragazzo fantastico che ho incrociato sul web, dapprima leggendo i suoi commenti sempre molto profondi e pertinenti  sul  blog di Annarita Ruberto,  e poi, scoprendo la sua pagina, Marco’s room. Attualmente  i suoi post sono anche sul blog il Tamburo riparato che, da qualche tempo,  lo vede tra i suoi  collaboratori.
Con la sua competenza informatica mi ha aiutato quando uscì un Carnevale della Chimica da me ospitato ( il mio primo!!) devastato dalla “ puntovirgolite indelebile” ,vale a dire un punto e virgola ogni due parole, incancellabile.
Acuto, curioso, competente è lo studente che ogni prof vorrebbe incontrare perché allievi del genere obbligano a uscire dalla routine e a crescere professionalmente.
Mi hanno perciò molto colpito le sue riflessioni profonde e amare sulla scuola: riflessioni che però in gran parte condivido.
Ho sempre pensato che attualmente il nostro sistema scolastico agisca come una sorta di laminatoio con la funzione di foggiare cervelli dello stesso spessore scartando tutto quello che è più basso o più alto. Ultimamente si è lavorato molto per ridurre le dimensioni del prodotto in uscita, rendendo così l’ambiente scuola sempre più inutile quando non addirittura dannoso per chi mostrasse interessi o curiosità un po’ troppo elevati.
Non penso che ci saranno miglioramenti per il futuro perché le riforme non vanno nella direzione di modificare il sistema in modo da creare un ambiente in grado di valorizzare le capacità di ogni singolo individuo e nel contempo mettere in luce le eccellenze invece di appiattirle e mortificarle come oggi, purtroppo, succede.

E a Marco, ragazzo eccezionale deluso da questa scuola grigia e  notevolmente noiosa, invio  una brevissima lettera.
Caro Marco,
sono certa che comunque tu sia riuscito a impossessarti di tutto quello che la scuola aveva di buono da offrirti. Certo il dono finale è un pacchetto veramente minuscolo e forse anche mal incartato. Peccato, ma questo non influirà minimamente sul tuo futuro perché tu hai le capacità che occorrono per far tesoro di quel poco e riempire la tua valigia personale nel migliore dei modi. In fondo credo che la scuola, non seguendoti come avresti voluto, ti abbia in certo qual modo costretto a diventare tu stesso l’artefice delle tue conoscenze . Purtroppo questo ha funzionato con te perché sei quel super Marco di cui parlavo. Per gli altri , quelli che non sanno muoversi con la tua disinvoltura nei meandri del sapere, il percorso sarà decisamente più difficile.
Ti auguro un futuro pieno di sorprese e di scoperte favolose e ti lascio con questa frase di Erwin Schrödinger tratte da “ Scienza e umanesimo”.

La domanda che ci assilla è da dove proveniamo e dove andiamo, tutto ciò che possiamo osservare da noi stessi è ciò che ci circonda attualmente. E’ per questo che abbiamo l’ansia di scoprire su di esso tutto quanto possiamo. Questa scienza, l’apprendere, il conoscere, questa è la vera sorgente di ogni impresa spirituale umana. Cerchiamo di scoprire quanto possiamo sull’intorno spaziale e temporale del luogo nel quale ci troviamo posti dalla nascita. E nel tentativo proviamo un piacere, lo troviamo estremamente interessante.( Può non essere questo il fine per il quale viviamo?).

 

 

Altre buone notizie

Da Laurin42

La buona notizia del venerdì: La Svezia sperimenta la giornata lavorativa di 6 ore

da Marisa Mole’s Weblog

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: PAPA’ PERCORRE 300 KM A PIEDI PER SALVARE LA VITA AL FIGLIOLETTO
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Il pavone

Il pavone, da me  filmato nel meraviglioso  parco della fondazione Magnani Rocca, sembra proprio il protagonista di questa poesia di Guillaume Apollinaire:

Le paon

En faisant la roue, cet oiseau,

dont le pennage traine à terre,

apparait encore plus beau.

Mais se découvre le derrière.

Il pavone mosaico di Ines Morigi

Il pavone
mosaico di Ines Morigi

 

Il pavone

Quando questo uccello fa la ruota

con le penne che strascicano a terra,

sembra  ancora più bello.

Ma si scopre il sedere.

 

Solo il pavone?

 

 

 

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Poesia

Una poesia di Roald Hoffmann (premio Nobel per la chimica  nel 1981) tratta dal suo libro ” Come pensa un chimico”

Dall’abbondanza alla carestia

Le cose

lì fuori o

dentro là

da qualche parte,

sembrano elemosinare

qualcuno che le riordini

Così, concepite per essere descritte,

ordinate, sono di fatto in formazione. Bello,

ma ciò che rende le cose spiritualmente interessanti è

l’essere in formazione, poichè successivamente,

esse ritornano semplicemente

ad essere

cose

 

 

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La buona notizia

ti ho vistoUn nuovo messaggio per gli alieni
Questa notizia è per lo meno insolita e credo possa entrar a far parte della buone notizie del venerdì.
Leggo da Galileo

Nel 2015 partirà dalla Terra un messaggio digitale verso la navicella New Horizons. Sarà destinato a eventuali forme di vita extraterrestri
La Nasa lancerà a breve una campagna di crowdsourcing
per decidere il contenuto del messaggio da affidare alla sonda New Horizons, sviluppata dall’agenzia spaziale americana per l’esplorazione di Plutone e del suo satellite Caronte.
New Horizons è decollata a gennaio 2006 dalla base di Cape Canaveral e, se tutto va bene, raggiungerà Plutone a luglio dell’anno prossimo. Dopo aver compiuto le sue osservazioni, invierà alla Terra tutti i dati raccolti e quindi proseguirà indefinitamente il suo viaggio all’esterno del Sistema Solare: è per questo che Jon Lomberg, che aveva già lavorato al Golden Record (il disco per gli extraterrestri a bordo delle Voyager 1 e 2, risalente al 1977), ha pensato di elaborare un nuovo messaggio per lo Spazio profondo. Stavolta, però, spiega lo scienziato, si tratterà di una registrazione completamente digitale, che verrà inviata in streaming alla memoria dei computer di New Horizons. Il progetto, che sarà lanciato ufficialmente il prossimo 25 agosto, si chiamerà One Earth Message.
“Daremo la possibilità a chiunque di partecipare”, racconta ancora Lomberg, “e inviare una propria foto nello Spazio. Saranno gli stessi utenti a votare i contenuti migliori”. L’équipe di Lomberg si limiterà a un controllo editoriale per evitare che nessuna “immagine inappropriata” passi il vaglio, ma l’ultima parola spetterà comunque alla Nasa. Anche se la sonda non dovesse mai incrociare un extraterrestre, comunque, lo scienziati sottolinea l’alto valore sociale dell’iniziativa: “Finora le persone sono state ispirate dalla registrazione a bordo di Voyager, il ritratto della Terra del 1977. Il mondo, oggi, è molto diverso, e il nuovo messaggio rifletterà speranze e sogni della seconda decade del ventunesimo secolo. Speriamo che sarà un esempio di creatività globale e di cooperazione, qualcosa che il mondo possa condividere come una grande impresa.

Allora al lavoro dunque! In che modo si potrebbe stuzzicare la curiosità e l’interesse di un alieno e indurlo a mandarci una risposta? Magari meno sibillina di un semplice “wow”
Se volete qualche idea, provate a curiosare nell’ edizione di settembre/ ottobre 2012 dei carnevali della chimica e della fisica che affrontavano in contemporanea l’argomento “ Cercando tracce di vita nell’Universo”. Leggetevi gli interessanti contributi pubblicati su Scientificando  a cura di Annarita Ruberto per la fisica e su Divulgazione Chimica
a cura di Franco Rosso per la chimica

Uno dei mie contributi si chiamava “Ti ho visto” : qualora vi interessasse, cliccate!

Qui invece troverete informazioni sul primo messaggio inviato agli alieni

Ne approfitto per consigliarvi qualcosa per le vacanze:
Paul Davies – Siamo soli? – Mondadori 1994
Italo Calvino – Le cosmicomiche- Einaudi 1978
E ora non mi resta che salutarvi con le famose parole di Fermi ( a proposito, non perdetevi questo articolo di Annarita Ruberto

Dove sono tutti quanti ?

Altre buone notizie

Laurin42 : L’oca Becco di rame proposta alle Paraolimpiadi di Rio del 2016

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Gita

Gita con un unpodichimica
Longiano

(dove)
E’ un piccolo paese ma ha in serbo preziosi doni per chi oltrepassa le sue porte.
LongianoVi sono giunta un assolato pomeriggio estivo e per un attimo ho pensato di vivere un’ avventura simile a quella della coppia Troisi -Benigni in ”Non ci resta che piangere”. Niente macchine, nessun evidente segno del XXI secolo, solo un gruppo di persone che si aggiravano in abiti trecenteschi ( o giù di lì) per le strette vie parlando un italiano arcaico.
Nessun viaggio nel tempo, però: ero solo nel bel mezzo delle prove generali di una commedia ma l’effetto non era niente male!
Longiano è un bellissimo paesino medievale, in salita, con vie strette e case color mattone . Lì si incontra una piccola chiesa sconsacrata , un gioiellino barocco che racchiude tesori d’arte sacra, un magnifico Castello Malatestiano che accoglie la Fondazione Balestra con un’ interessante raccolta d’arte figurativa del ‘900, il teatro Petrella datato 1870 e … unpodichimica!

Nooo! Direte voi : questa anche in vacanza va a cercare robaccia chimica! Intanto niente di quello che ha a che fare con la chimica è robaccia e poi questa volta parlo del Museo della Museo italiano della ghisaItaliano Ghisa e la ghisa non è solo quelle poco alettante materiale biancastro utilizzato per i termosifoni ma è una lega affascinante capace di riportare indietro nel tempo, agli albori della città industriale.
Intorno alla seconda metà del 1800, infatti, nelle strade delle città italiane e straniere, iniziarono a comparire enormi candelabri , fontane, panchine, gazebo, maschere e decori, alcuni d’insospettabile leggerezza. Tutti realizzati in ghisa. Perché proprio in ghisa?
Ragioni economiche: essendo una lega ferro –carbonio, la ghisa era un materiale molto più economico del bronzo ( lega rame- stagno) pur richiedendo temperature di lavorazione più alte; inoltre, le prime ghise erano ad alto tenore di fosforo e questo ne aumentava la colabilità rendendole adattissime alla produzione di manufatti da realizzare in fonderia. La fragilità e la non malleabilità della ghisa non ne permettono la forgiatura né a freddo né a caldo. Per lavorarla è necessario sottoporla a fusione ed è questo l’aspetto che la caratterizza e la differenzia dal ferro battuto ed è ancora questo a determinarne l’impiego in architettura a partire dal XIX e parte del successivo.
La ghisa, Infatti, essendo fusa consente la riproduzione del medesimo articolo in numerose copie identiche;
Il ferro battuto invece è legato all’abilità dell’artigiano di cui ogni pezzo è espressione.
Questa considerazione è alla base delle due diverse correnti di pensiero, pro e contro l’uso della ghisa nell’arredo urbano, che si scontrarono all’apparire di questo nuovo materiale, destinato comunque a sostituire con successo altri materiali come il legno e il marmo.
Il giudizio di Ruskin in (Seven Lamps of Architecture) è di condanna senza appello: il decoro in ghisa è “ rozzo freddo e vogare … un surrogato dell’autentico ornamento” (Raffaella Bassi Neri- La ghisa: quando il gusto incontrò l’arte industriale.
Nonostante le critiche la ghisa contribuì alla trasformazione delle città che si sviluppavano per effetto dell’industrializzazione e dell’industrializzazione fu essa stessa il simbolo.

Nonostante l’ aspetto massiccio, i manufatti in ghisa erano facile preda della corrosione e dovevano essere protetti con trattamenti superficiali per evitare, o almeno ritardare, l’attacco degli agenti atmosferici. A dispetto di questa precauzione, molti pezzi sono arrivati ai nostri tempi in condizioni precarie e per salvarli dall’inevitabile degrado, si sono resi necessari difficilissimi restauri.
Com’ è fatto un museo della ghisa? E’ un luogo in cui sono raccolti gli arredi urbani di importanti città italiane ed europee realizzati in fonderia vale a dire producendo ghisa e colandola in elaboratissimi stampi. Oltre ai manufatti, si possono visionare i progetti disegnati da artisti, alcuni anche famosi o ammirare gli esiti di quei restauri così complessi che hanno riportato in vita pezzi quasi spacciati.
Una parte delle opere in ghisa è custodita nella chiesetta di Santa Maria delle Lacrime nel cuore del paese: il resto lo si può trovare nel museo annesso all’ azienda  Neri,  un’azienda in cui, come ci dice Raffaella Bassi “si progetta, si fa ricerca e si commercializza tutto ciò che riguarda l’illuminazione e l’arredo urbano”.
Purtroppo sono riuscita a vedere solo la piccola parte conservata in paese perché sabato e festivi il Museo dellaNeri è chiuso, ma la selezione di opere scelta per la chiesetta è di

candelabro per la Montagnola

candelabro per la Montagnola

tutto rispetto.
Appena entrati nell’edificio, è proprio uno dei grandi candelabri della Montagnola (parco di Bologna) ad accoglierci. Magnificamente restaurato, riporta agli anni in cui salivano le imponenti gradinate elegantissime signore in crinoline e uomini con cilindri; i tempi sono decisamente cambiati e l’eleganza non è più una caratteristica di quella zona della città.
Osservando meglio il candelabro scopro che è stato

fonderie G. Barbieri Castel Maggiore

fonderie G. Barbieri Castel Maggiore

prodotto nelle gloriose fonderie Gaetano Barbieri, industria storica e oggi scomparsa del Castel Maggiore( il mio paese) che fu .
Nella chiesetta  sono in mostra, oltre al candelabro della Montagnola, esemplari provenienti da Vigevano, Arco, Torino e 2 pezzi provenienti da Dublino. L’insieme è veramente suggestivo e Longiano meriterebbe una visita anche solo per questo.

Concludo con quella che considero una chicca scovata fra le opere della fondazione Balestra: tre disegni di Leonardo Sinisgalli, ingegnere e poeta del novecento. Una vera emozione trovare matite di questo interessante scienziato/ poeta praticamente dimenticato, che non sapevo fosse anche pittore.

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Di Sinisgalli riporto anche una poesia, tratta da “ Vidi le Muse” ( 1931/37) e riportata in “ Poesia italiana del novecento” a cura di Edoardo Sanguineti

San Babila
Trascina il vento della sera
Attaccate agli ombrelli a colore
Le piccole fioraie
Che strillano gaie nelle maglie.
Come rondini alle grondaie
Resteranno sospese nell’aria
Le venditrici di dalie
Ora che il vento della sera
Gonfia gli ombrelli a mongolfiera.

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Il pallone

Strano ma vero. La febbre dei mondiali di calcio mi ha contagiato. E che febbre! Pensate mi bastano 30 secondi , il tempo del’inno nazionale ( non importa quale) e la febbre si alza procurandomi un irresistibile torpore dal quale nulla mi può svegliare neppure le urla dei tifosi dentro e fuori il televisore: niente.
E comunque, pur obnubilata dalle febbri mondiali, forse proprio per questo, quella palla che rotola e rimbalza sull’erba, mi riporta alla mente una simpatico allotropo del carbonio ( eh! No! Né diamante, né grafite!), che diede inizio (calcio d’inizio?) all’era delle nano scienze e delle nanotecnologie.

Fonte immagine: spin.fh-bielefeld.de

Fonte immagine: spin.fh-bielefeld.de

La caratteristica più evidente di C60 è la simmetria davvero alta. Su questa molecola si possono fare ben 120 operazioni di simmetria come la rotazione attorno ad un asse, o la riflessione in un piano che lasciano la molecola identica a sé stessa. Per questo il C60 ha fra le molecole il primato di molecola più simmetrica

In base al teorema di Eulero  si può dimostrare che una superficie sferica interamente costruita di pentagoni ed esagoni deve avere esattamente 12 pentagoni. In funzione del numero di esagoni , si possono poi ottenere molecole di diverse dimensioni. Queste molecole dalla

struttura così particolare furono chiamate Fullereni, in onore dell’ architetto americano Richard Buckminster Fuller.
Fuller, qui mostrato sulla copertina del Time magazine del 10 gennaio 1964, aveva ideato

coperture geodetiche, basate su esagoni e pentagoni. In realtà non fu il primo ad averci pensato: il primo esempio di copertura geodetica fu la quella ideata da Walter Bauersfeld per il planetario Zeiss nel 1922. Fuller , invece, brevettò la sua copertura il 29 giugno 1954. Quindi quest’anno, 2014, oltre ai 60 anni del rock, della televisione in Italia e i miei, si celebrano anche quelli della copertura geodetica di Fuller.

Fonte immagine: lifeboat.com

Fonte immagine: lifeboat.com

La simmetria tipica della molecola di fullerene ha affascinato scienziati e artisti di tutti i tempi a partire da Archimede (L’icosaedro tronco è un solido di Archimede) anche se non sono arrivati fino a noi disegni che lo dimostrino.
L’ immagine più antica di questa forma è quella conservata nella Biblioteca Vaticana. È in un libro del grande pittore (uno dei miei preferiti) e matematico Piero della Francesca ed è datata 1480.
Quanto al nome, fu addirittura Keplero a coniare

quello di icosaedro tronco

Un esempio di come si forma un icosaedro tronco è mostrato in questa immagine che proviene da una cattedrale italiana ( la fonte non dice quale!). Osservando la figura , in alto si può vedere l’icosaedro. E’ composto da 20triangoli equilateri e in ognuno dei 12 vertici si incontrano cinque triangoli. Tagliando questi vertici (troncandoli) si ottengono delle facce pentagonali. Inoltre, questa operazione trasforma ognuna delle 20 forme triangolari in un esagono. Ed ecco l’icosaedro tronco mostrato in basso nella figura. Questa è proprio la forma della molecola C60.

Il C60 fu scoperto da Harold Kroto, James Heath, Sean O’Brien, Robert Curl, e Richard Smalley nel 1985 (Nature 318, 162). In realtà il gruppo di ricerca stava cercando di interpretare gli spettri di assorbimento della povere interstellare che facevano sospettare la presenza di lunghe catene di carbonio.
“E pensare che la questione era di tipo astrofisico: cosa c’è nelle immense praterie dello spazio interstellare? Non c’è proprio nulla? A giudicare dalla radiazione che proviene da quei luoghi remoti qualche cosa ci deve essere, forse piccoli aggregati di carbonio, dicevano gli astrofisici. E allora perché non provare a riprodurli e a studiarli sulla Terra?”

Purtroppo non arrivarono a capo del problema ma certo la ricerca non fu un completo insuccesso visto che la scoperta del fullerene creò un tale fermento nel mondo scientifico da far vincere il Nobel nel 1996 a Curl, Kroto, and Smalley
All’inizo si riusciva a produrre poco C60 e così gli esperimenti andavano a rilento. La cosa cambiò radicalmente nel 1990 quando Wolfgang Krätschmer, Lowell Lamb, Konstantinos Fostiropoulos, e Donald Huffman scoprirono come produrre grosse quantità di C60. Questo fu l’inizio di un periodo di intense ricerche. Oggi è relativamente semplice produrre C60 e se proprio non lo si vuole fare in casa (meglio in laboratorio) lo si può acquistare.
La scoperta del C60 diede nuovo impulso alla ricerca chimica al punto che nacque una nuova branca di questa scienza chiamata chimica del fullerene, che studia le nuove famiglie di molecole basate sul C60. Dal 1997 ne sono stati trovate 9000.

Le molecole di C60 condensano per formare un solido cristallino, che è una nuova forma di carbonio come  il diamante e la grafite ed è chiamato fullerite. Con una differenza sostanziale però: diamante e grafite hanno simmetrie cristalline teoricamente illimitate; il C60 no, la sua struttura è simmetrica e limitata, come uno strano tessuto dove trama e ordito sono chiusi su se stessi, o, come direbbero i chimici, dove tutti i legami sono saturati.
Molte sono le ricerche che hanno come protagonista la fase solida C60: interessanti gli studi sui i suoi composti con i metalli alcalini (in particolare potassio e rubidio) che hanno rivelato ottime proprietà di superconduttori, ovvero conducono corrente senza opporre resistenza, a temperature più alte rispetto ad altri materiali.
Le potenzialità del fullerene emersero immediatamente e la necessità di finanziare ricerche per approfondire le sue caratteristiche divenne in breve argomento di discussione anche nelle sedi politiche.
In questo link è riportata una seduta della Camera dei Lord inglese, in cui si è discusso di fullerene: è interessante, non perdetevela.

Ma perché tutto questo interesse? Che cosa c’era di speciale in questa molecola? Questa frase di Emanuele Barborini ( Museo della Scienza e della tecnica) mi sembra particolarmente illuminante:

“Con la scoperta del C60, la natura svelava la capacità della materia di auto-assemblarsi in forme nuove, in oggetti a metà strada fra il mondo degli atomi e il mondo macroscopico, fra il mondo dei fenomeni bizzarri descritti dalla meccanica quantistica e il mondo più familiare della fisica classica e delle sue leggi, che utilizziamo per costruire ponti, aerei, e motori. Un mondo a metà strada, arricchito dalle peculiarità dell’uno e dell’altro, dove gli oggetti hanno le dimensioni del milionesimo di millimetro: il nanomondo. Da allora scienziati e tecnici si sono inoltrati come esploratori nel nanomondo, animati dalla convinzione che da lì sarebbero arrivate nuove sorprese e nuove applicazioni tecnologiche. Da allora scienziati e tecnici si sono inoltrati come esploratori nel nanomondo, animati dalla convinzione che da lì sarebbero arrivate nuove sorprese e nuove applicazioni tecnologiche. Fra alti e bassi, la nanotecnologia vive tuttora un’euforia da nuova frontiera, e, in fondo, a venticinque anni ( trenta) ci si affaccia appena all’età adulta…”

E poi vennero i nanotubi, il grafene e chissà che altro. Il diamante però …

 

Forme allotropiche del Carbonio.

Forme allotropiche del Carbonio. (a) Grafite, (b) Diamante, (c) Fullerene, (d) Nanotubi, (e) Grafene

Fonti

Andersen Group

Museo della Scienza e della Tecnica

 

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