L’idea la devo a uno dei miei scrittori preferiti : Italo Calvino. Due sono le fonti d’ispirazione. La prima quasi banale : volendo parlare di comunicazione con civiltà di altri pianeti, infatti, come non pensare alle “Cosmicomiche” e a quel fantastico cartello “TI HO VISTO”, che tanti pensieri metterà al protagonista del racconto
?
La seconda è forse meno scontata: “pa pe pi po pu”. No, non è un nuovo linguaggio cosmico né il segnale evidente di un avanzato stato senile, ma un pezzetto del “Sillabario illustrato” opera in cui l’autore si diverte a comporre racconti minimi, che celano le sillabe formate da una consonante con le cinque vocali.
Il racconto originale di Calvino, riferito alla consonante p, parlava di Pippo alle prese con una pappa puh! Ma Giampaolo Dossena propose un altro raccontino che piacque a Calvino e nelle riedizioni del “Sillabario Illustrato” compare quello dell’amico.
“1944. Una notte stavo leggendo il libro di Desiderius Papp “Avvenire e fine del mondo” e riflettevo sulla fuga delle galassie, sull’esplodere e spegnersi delle stelle, sulle prospettive d’un’estinzione della vita sulla Terra. Fu allora che sentii un rombo avvicinarsi nel cielo, poi un’esplosione. “Pippo” [nomignolo di un aereo inglese che compiva misteriose missioni notturne] aveva sganciato una bomba. Dalle remote lontananze del cosmo, fui riportato improvvisamente al qui e ora”.
Soluzione: Papp, e Pippo: pu!
Cosa c’entra?
Quel Desiderius Papp è la chiave di tutto. Posso infatti vantare il possesso della quasi totalità delle opere di questo forse scienziato, forse tedesco di cui forse Einstein e Show hanno rispettivamente detto:
“Il nuovo libro di Papp è molto idoneo a destare nuove idee scientifiche …”
“E’ assai bello che si sia trovato uno scienziato, capace non solo di radunare, ma di accrescere le prove dell’abitabilità degli astri.”
Perché tutti questi forse? Di questo autore non sono riuscita a trovare nulla di preciso (Wikipedia e la rete tacciono) e nei vecchi libri in mio possesso non esiste la biografia dell’autore e neppure una bibliografia per verificare le fonti delle notizie. Controllando però con Wikipedia, ho notato che i personaggi da lui citati esistono e hanno fatto quanto l’autore dice.
Controllo delle fonti a parte, come sono arrivata all’opera omnia di questo sconosciuto forsescienziato?
Colleziono libri. Negli anni ‘40 Bompiani pubblicò una collana scientifica divulgativa intitolata “Le avventure del pensiero” che annoverava fra i suoi autori nomi come De Broglie, Hoyle e … lo sconosciuto Papp . Il suo libro “Avvenire e fine del mondo” è il primo della serie, ma le cose interessanti le ho trovate nel N°3 della stessa collana: “Chi vive sulle stelle ?”
Siamo nei primi degli anni ‘40. Allora ( fino all’inizio delle avventure spaziali ) si poteva ancora pensare, senza destare scandalo, che la Luna e Marte potessero essere abitati e chi (… come me …) ha una certa età, ricorderà che, anche negli anni ‘60 gli extraterrestri erano, soprattutto, i marziani!
Nei primi 8 capitoli del suo libro, Papp si lancia in percorsi fantastici nei quali esamina le possibilità di vita dei pianeti del sistema solare, andando oltre le considerazioni già azzardate di Flammarion nel suo “Le terre del cielo”e arrivando a minuziose descrizioni degli abitanti di Marte che, diversissimi dagli umani, hanno in comune con questi ultimi solo gli occhi.
L’immagine riportata a lato, tratta dal libro in questione, è però riferita ai fantastici marziani di H.G. Wells (autore di “La guerra dei mondi” da cui nel 1938 Orson Wellestrasse una radiocronaca che terrorizzò gli americani) .
Papp si sofferma anche sugli abitanti della Luna, ma per questi l’autore si limita a citare lo scienziato W.H. Pickering
(http://en.wikipedia.org/wiki/William_Henry_Pickering
che, con un potente cannocchiale, avrebbe visto volare sul suolo lunare qualcosa di simile ad uno sciame di insetti e rilevato inoltre, la presenza di piante.
Vista la relativa vicinanza della Luna e di Marte, Papp si chiede: gli abitanti di questi pianeti sanno della nostra esistenza?
Visto lo stadio non evoluto della vita lunare il problema riguarda principalmente i Marziani.
Nel capitolo IX quindi, “Scambio di pensieri con gli abitanti di altri mondi “ , Papp illustra alcune idee grandiose, visionarie e improbabili, che potrebbero però essere guardate come la preistoria di quanto, nel tempo, si è messo in atto per capire se siamo o no soli nello spazio.
Primo ostacolo da affrontare: “in che modo potremmo segnalare la nostra presenza agli altri qualora non avessero ancora rilevato la nostra esistenza?”.
Ecco le cinque risposte del nostro scienziato forse tedesco.
1) Scrive Papp:
“La luce diurna non favorisce i contatti, perché di giorno l’attività umana non è percepibile neppure da altezze minime, se confrontate con la distanza che ci separa dai pianeti. Già a 7 km di altezza infatti l’uomo e la sua opera scompaiono, come dimostrano le visioni dai velivoli. La notte, quindi potrebbe essere più favorevole alle segnalazione. Ma la luce delle città terrestri può arrivare sino a Marte ? Il professor Plassman, tedesco, ha calcolato che una città illuminata, di lato 4000 m, produrrebbe una luce pari a quella di 2,5 milioni di candele. Questa luce verrebbe comunque dispersa in gran parte dall’atmosfera e quindi sarebbe difficilmente percepibile dai, seppur potentissimi, microscopi marziani”.
Tornando per un attimo ai nostri tempi , alcune foto, scattate alla Terra da satellite, mostrano come probabilmente i 2,5 milioni di candele di luminosità siano stati abbondantemente superati e anche se agli abitanti dei pianeti più vicini fosse mai giunta l’abbagliante segnalazione della nostra esistenza, noi a questo punto, non riusciremmo più a vedere alcun loro segnale di risposta. A causa dell’inquinamento luminoso, infatti, il cielo stellato (e con lui i suoi ipotetici abitanti) è quasi scomparso dai nostri telescopi ottici. Perfino la magica “pioggia di stelle” di San Lorenzo è destinata a rimanere un ricordo per chi non ha un piccolo rifugio/osservatorio in qualche desolata landa del nostro pianeta.
2) Si chiede Papp: come rivelare agli altri la nostra presenza?
Secondo Papp, trovare il modo per trasmettere messaggi di stella in stella “è da sempre nei pensieri di studiosi tutto il mondo” e cita il grande matematico Gauss e una sua idea di “riflettere i raggi del sole mediante specchi giganteschi per dare così vita ad un telegrafo luminoso”.
Un inventore francese Cros,( cliccate e ne saprete molto di più)
http://it.wikipedia.org/wiki/Charles_Cros
diede forma all’idea di Gauss, progettando di costruire, ai Tropici, un gigantesco specchio concavo con fuoco sulla superficie di Marte. Muovendo opportunamente la lente, si sarebbero potuti disegnare sulle sabbie marziane, figure di ogni tipo e scrivere veri e propri messaggi. Naturalmente questo progetto non ebbe seguito. Problemi economici e tecnologici (come costruire una lente così grande?) lo impedirono e Cross, l’ideatore, morì in povertà.
3) Pensa Papp: … e se invece del sole si usasse la luce elettrica?
E, a questo punto, nomina Littrow
http://en.wikipedia.org/wiki/Joseph_Johann_Littrow
e la sua idea delle figure luminose costruite con lampade di luce fortissima in un deserto. Tali figure, purché abbastanza grandi, potrebbero essere viste da telescopi posizionati su altri pianeti. Ci sono anche le misure di queste figure geometriche: un triangolo di 30km di lato, un quadrato e un colossale cerchio.
“L’alternarsi e la regolarità di queste figure geometriche dovrebbero persuadere gli osservatori di altri mondi che le linee luminose furono tracciate non da forze naturali ma da creature intelligenti”
Ai tempi di Littrow il progetto poteva sembrare pazzesco, ma oggi, dice Papp, è possibile avere riflettori con luminosità pari a un milione e mezzo di candele e quindi …
4) Cita Papp…
… il progetto (che è il mio preferito) di un anonimo ingegnere inglese: portare a 15 km di altezza palloni carichi di polvere di magnesio e, con un dispositivo a distanza, infiammare i palloni che produrrebbero un flash, non indebolito dall’atmosfera e in grado quindi di essere rilevato da telescopi extraplanetari.
Problemi? I costi folli a fronte di un non troppo improbabile, fallimento dell’ impresa.
5) Idea di Papp (forse non proprio sua)
… comunicare attraverso le onde radio inviando un telegramma senza fili a Marte.
Papp dice che quando Marconi inventò la telegrafia, ancora non si sapeva se le onde radio sarebbero state capaci di superare l’atmosfera e propagarsi nello spazio. Poi alcuni scienziati dimostrarono che tali segnali si trasmettono nello spazio e questo permise a Hugo Gernsback di ideare il suo progetto
http://it.wikipedia.org/wiki/Hugo_Gernsback
consistente nella costruzione di un potentissimo trasmettitore, che da una stazione terrestre emetta onde in grado di colpire con un preciso angolo la superficie lunare “… e da questa verrebbero riflesse sotto un angolo calcolabile e rimandate all’atmosfera terrestre. Poiché le onde eteree hanno percorso 300000 km in un secondo e hanno superata in un secondo e un quarto la distanza dalla Terra alla Luna, la nostra stazione ricevente terrestre potrebbe ottenere dopo due secondi e mezzo la risposta al telegramma spedito alla Luna. Questa risposta non sarebbe altro che l’eco, rimandata a noi, del nostro grido nella solitudine dello spazio; l’eco cosmica del primo segnale di vita terrestre … si otterrebbe la prova evidente della capacità dell’uomo a protendere nello spazio cosmico i suoi tentacoli elettrici.”
Ancora una volta, il costo di questo progetto ne impedì la realizzazione, e così Papp abbandona l’argomento e si concentra sul testo dei messaggi da inviare.
Ma come possiamo scrivere questi messaggi perché siano intellegibili da creature extraterrestri?
Papp suggerisce il linguaggio universale della matematica: ”La matematica non è affare terrestre come l’idioma o la scrittura … l’Abbaco e la tavola pitagorica conservano il loro pieno valore anche fuori dalla terra in tutti i pianeti”
Avuta risposta al messaggio numerico, si potrà passare ad altri tipi di comunicazione grafica come quella riportata
Per confronto , riporto la placca ideata da
Carl Sagan, che venne posta sulle sonde Pioneer 1 e 2 nel 1974, 1975 http://it.wikipedia/wiki/Placca_del_Pioneer
http://it.wikipedia.org/wiki/Carl_Sagan
Ora però abbandono Papp e le sue bizzarre visioni e torno ai nostri tempi con una domanda: nell’anno 2012 scrutiamo ancora i cieli alla ricerca di creature che condividano con noi il mistero della vita o abbiamo rinunciato?
Sulla rete ho ritrovato le tracce di un interessante corso di aggiornamento che aveva come tema: “L’Universo e l’origine della vita”
http://www.bo.astro.it/universo/webcorso/webuniverso/indexp.htm
e fra gli argomenti proposti dal corso c’era: SETI – Italia: ricerca di intelligenze extraterrestri.
(SETI acronimo per Search for Extra-Terrestrial Intelligence) : quindi sì, ci stiamo ancora provando o almeno così succedeva nel 2001, anno in cui frequentai quel corso.
Da quelle lezioni,(da leggere) ricavo due importanti aggiornamenti sulle modalità di comunicazione con le stelle : uno riguarda la finestra dello spettro elettromagnetico da usare e l’altro indica la distanza fino alla quale riusciamo a spingerci con la ricerca (di certo ben oltre la Luna e Marte!)
Il radiotelescopio è lo strumento utilizzato e quindi la ricerca è fatta con onde radio:
“Come si vede nella Figura 1, la zona della banda radio meno “disturbata” dal rumore di origine cosmico è quella compresa tra 1 e 10 GHz all’interno della quale si predilige l’intervallo di frequenza compreso tra l’emissione dell’idrogeno neutro (H) e dell’ossidrile (OH) (fra 1,4 e 1,6 GHz). Questa scelta si basa sull’ipotesi secondo cui se una civiltà extraterrestre volesse deliberatamente farsi notare, potrebbe decidere di trasmettere un segnale monocromatico nelle vicinanze di queste frequenze, probabilmente molto “studiate” da radioastronomi di altri mondi, data l’importanza e l’abbondanza di tali elementi nell’universo”
A che distanza possiamo condurre la ricerca?
“Si può intuire che la tecnologia attuale non permette una ricerca estesa a tutta la Via Lattea (100.000 anni luce di diametro) e tanto meno a tutto l’universo. Enormi problemi e limitazioni tecnologiche rendono al momento possibile un’indagine in uno spazio molto limitato. Un’ipotetica civiltà extraterrestre ad appena 100 anni luce (Figura 2) che decidesse di inviare un segnale radio in tutte le direzioni per fare notare la propria presenza, dovrebbe impiegare trasmettitori con potenze di circa 66.000.000.000 watt (66 GW) per rendere possibile la ricezione sul nostro pianeta ascoltando con la più grande antenna (radiotelescopio di Arecibo) collegata ad apparecchiature molto sofisticate. Se la stessa civiltà fosse a conoscenza della nostra presenza, cosa estremamente improbabile, potrebbe puntare un’antenna parabolica di 300 m di diametro verso la Terra ed inviare un segnale di appena 3.300 watt per essere rivelato nelle stesse condizioni del caso precedente.”
http://www.bo.astro.it/universo/webcorso/webuniverso/montebugnoli/monte1.html
http://www.bo.astro.it/universo/webcorso/webuniverso/montebugnoli/monte2.html
A questo punto, per concludere la mia indagine sui metodi di comunicazione con le civiltà aliene, ho bisogno di un testo aggiornatissimo oltre che autorevole.
Trovato: “ Uno strano silenzio “(2012) di Paul Davies, fisico, direttore della divisione del SETI incaricata di gestire un eventuale primo contatto con gli alieni.
Qui trovo una breve storia del Seti che riassumo ulteriormente:
Tutto nasce con l’articolo pubblicato nel 1959 su Nature di Giuseppe Cocconi e Phill Morrison che mostrava la fattibilità delle comunicazioni radio interstellari.
http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Cocconi
Un giovane astronomo americano, Frank Drake (quello dell’equazione)
http://it.wikipedia.org/wiki/Frank_Drake
era giunto indipendentemente alla stessa conclusione e nella primavera del 1960 aveva usato il radio telescopio da 30 metri di Green Bank, West Virginia, USA, per il primo tentativo di intercettare segnali radio artificiali provenienti dalle stelle. Fu usato un ricevitore (a un solo canale) sintonizzato sulla “magica” frequenza di 1,420 MHz (cioè sulla linea di emissione a 21 cm dell’idrogeno neutro) e puntato verso le stelle Tau Ceti ed Epsilon Eridani. Questo, in sostanza, è quello che va sotto il nome di progetto Ozma (regina di Oz). Questo progetto fu considerato marginale dalla comunità scientifica finché Billingham, ex medico RAF, non incominciò a lavorare alla Nasa e a interessarsi di esobiologia e di Seti. Nacque così il progetto Cyclops che raccolse l’interesse di scienziati e governi: anche l’unione Sovietica aveva un suo progetto SETI. Un fisico di grande carisma, Carl Sagan fece conoscere al grande pubblico il progetto, con romanzi come Contact (da cui il film)
http://it.wikipedia.org/wiki/Contact_%28film%29
e un libro da cui fu tratta una serie televisiva in 13 puntate, Cosmos, che ebbe un grande successo .
Il 20 novembre 1983 fu fondato in California il SETI Institute. Nel 1988 per commemorare il cinquecentenario di Colombo, il congresso americano decise di finanziare le ricerche, ma un anno più tardi chiuse i finanziamenti ritenendo che la ricerca di intelligenze tecnologiche nell’universo non fosse adatta ai finanziamenti pubblici. Dal 1993 SETI è finanziato da privati.
Ho trovato interessante poi, il progetto seti@home , che con un semplice software permette, da casa, di analizzare i segnali dei radiotelescopi.
Attuale direttore di SETI è Jill Tarter (che pare abbia ispirato il personaggio dell’astronoma che riceve il segnale alieno di Contact)
Questa a grandi linee la storia del SETI. Una cinquantina di anni di ricerche e i risultati?
I risultati sono stati fino a oggi deludenti ed i fondi per continuare le ricerche sono sempre più difficili da trovare, come dichiara Jill Tarter stessa, in questa intervista
Uno strano silenzio come dice Davies (riecheggiando la frase di Fermi ” Ma loro dove sono?”) al quale l’autore cerca di dare diverse risposte, che vanno dalla tecnologia, che comunque nel frattempo ha fatto passi da giganti permettendo di utilizzare più canali contemporaneamente , alle riflessioni scientifico- filosofiche sulle possibilità effettive di trovare intelligenze tecnologiche nell’universo.
Una riflessione mi ha particolarmente colpito. E se il fallimento fosse dovuto all’uso di parametri falsati dal punto di vista troppo terrestre e troppo convenzionali con cui ci si approccia a questa ricerca? In pratica è possibile che SETI, nato con idee così innovative rispetto al pensiero comune, abbia finito per fossilizzarsi?
E così Davies suggerisce altre strade, oltre al messaggio stellare, per tentare di avere qualche risposta extraterrestre. Ad esempio, lo studio della vita sulla Terra e la ricerca di esseri che, pur vivendo sul nostro pianeta, non facciano parte dell’albero della vita, cui tutti noi apparteniamo.
Forse, penetrando nei segreti della vita terrestre, potremmo avere risposte o stimoli per continuare la ricerca lassù, tra le stelle.
Questo post partecipa all’Edizione unificata dei Carnevali di Chimica e Fisica ospitata da Annarita Ruberto su Scientificando.





Grazie, Margherita! Veramente carino questo tuo articolo!
Grazie Giulia! Graditissimo commento
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