Primo Levi: poesia

primo Levi11 aprile 1987/11 aprile 2016

Ventinove anni fa moriva Primo Levi.

Questa è l’ultima delle poesie composte tra  il settembre 1984 e il gennaio 1987, pubblicate sul quotidiano La Stampa e raccolte nel volume:

Primo Levi – Ad ora incerta – Garzanti 2013

 

 

Almanacco

Continueranno a fluire a mare

i fiumi indifferenti

o a valicare rovinosi gli argini

opere antiche di uomini tenaci.

Continueranno i ghiacciai

a stridere levigando il fondo

od a precipitare improvvisi

recidendo la vita degli abeti.

Continuerà il mare a dibattersi

captivo tra i continenti

sempre più avaro della sua ricchezza.

Continueranno il loro corso

solo stelle pianeti e comete.

Anche la Terra temerà le leggi

immutabili del creato.

Noi no. Noi propaggine ribelle

di molto ingegno e poco senno,

distruggeremo e corromperemo

sempre più in fretta;

presto presto, dilatiamo il deserto

nelle selve dell’ Amazzonia,

nel cuore vivo delle nostre città,

nei nostri stessi cuori.

2 gennaio 1987

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Pubblicità

Una delle cose divertenti delle  vecchie riviste è la pubblicità. Spesso sono immagini belle, a volte stupiscono per il prodotto che pubblicizzano e a volte per il modo con cui scelgono di farlo. Certo i creativi di cent’anni fa  prediligevano la parola scritta all’immagine e spiegavano con grande enfasi le virtù e le caratteristiche del prodotto; poi questa tendenza è andata  attenuandosi tanto che oggi,  a volte, non si capisce bene la funzione di ciò che viene pubblicizzato..

Comunque non ho nessuna intenzione di scrivere un trattato sulla pubblicità, né vecchia né  nuova, ve ne mostrerò invece, due. La prima l’ho proprio  cercata dopo aver visto la mostra dedicata a  Enrico Fermi in corso a Bologna ( a proposito, se riesco a tornarci e a fare fotografie che abbiano un senso,  ve ne parlerò; nel frattempo fate così, andateci!), la seconda mi ha inorridito.

In una bacheca era in mostra la calcolatrice  che Fermi  portava sempre con sé; un oggetto ingombrante, dall’aspetto molto complicato, per nulla somigliante alle moderne calcolatrici, e con un nome impronunciabile: Burroughs. Eccovi ben tre pagine pubblicitarie  trovate sulla Rivista dell’Industria Italiana del 1917 dedicate a questo  strumento:

E  adesso la pubblicità trovata sulla rivista  dell’organo ufficiale dell’Ente Nazionale per le Industrie Turistiche “Le vie d’Italia”del 1926. Si tratta della Chinina Migone, un prodotto  per la cura dei capelli.

prodotto per la cura dei capelli

Mi disgusta e mi indigna. E mi chiedo: sarà passata inosservata o qualcuno avrà protestato? Veramente si poteva ridere su dell’acido gettato in faccia?

E io che mi lamento per la comicità di LOL, quello strano programma canadese che va in onda su RAI 2 dopo il TG!

 

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Possagno

 Canova le tre grazieSe cercate emozioni forti, aprite quella  porta  e il bianco vi inonderà fino a farvi mancare il respiro.

Se avrete la fortuna di un raggio di sole, sarà  Venere  in una magica luce dorata ad apparirvi  per prima tra  volti,  figure danzanti, nude  o avvolte in splendidi drappeggi  imprigionate  dall’ incantesimo della regina delle nevi .

Sono a Possagno, la porta è quella che conduce alla sala  progettata  nel 1957 dall’ architetto  Carlo Scarpa e le opere sono i gessi di  Antonio Canova.

Un luogo incredibile. Per lunghi istanti  sono  rimasta sola tra il bianco e un silenzio  che permetteva di sentire il respiro di quelle figure incantate.

Avevo incontrato  i marmi di Canova in Palazzi e musei e ho ancora vivissimo il ricordo di una mostra straordinaria vista a Venezia. Quelli di Possagno  sono solo i gessi, i modelli attraverso cui, con grande perizia,  quei marmi furono scolpiti: non avrei mai pensato di subirne così fortemente l’incanto. Il colpo di genio assoluto dell’architetto Scarpa,  fu quello  di immergere il bianco in altro bianco e di lasciare alla luce,  che inonda le sale, il compito di  avvolgere  e animare volti e corpi  trascinando  il visitatore fuori dalla realtà.

Ho lasciato quelle stanze solo perché,  dopo molto tempo,  sono arrivati  altri visitatori e io non volevo udire voci , ma volevo  uscire di lì come da un sogno ,  di quelli che svaniscono lentamente lasciando sensazioni e impressioni, che accompagnano per l’intera giornata.

E così, tra il sonno e la veglia  ho continuato l’itinerario e dopo aver attraversato un cortile,  mi sono trovata  a scendere delle  scale che conducevano alle sale  in cui era in corso una mostra “ L’arte violata nella grande guerra”.

Ho letto il pannello di presentazione e il sogno, che ancora mi avvolgeva si è   immediatamente dissolto.  Sgomento. Così potrei descrivere la sensazione: un peso che  bloccava il respiro.

Non c’era bianco né luce intorno.

Nel 1917 una granata colpì il tetto della gipsoteca distruggendo la maggior parte delle opere  che conteneva .

Quelle meraviglie, che avevo visto poco prima, erano il risultato dei restauri  accurati Di Stefano Serafin,  all’ epoca il conservatore della gipsoteca,  e di suo figlio Siro.  Nel 1922 fra le manifestazioni  per il  centenario della morte di Canova,  ci fu l’ inaugurazione della  gipsoteca riparata,  con le opere rigenerate.  In quell’ occasione furono mostrate le fotografie dei capolavori straziati e fu grande l’emozione.  In  questa mostra  ci sono   le fotografie scattate durante il restauro,  e la rilettura  delle immagini dei capolavori mutilati  fatta  da due fotografi contemporanei Guido Guidi e Gian Luca Eulisse.  Ci sono anche i frammenti delle statue non più ricostruite e la descrizione delle nuove tecniche che hanno permesso di rifare i pezzi distrutti della Ebe,   (la cui splendida statua in marmo si può ammirare a Forlì) e che danno speranza per restauri futuri.

Nonostante  il messaggio di speranza,  la sensazione di sgomento  per quelle opere polverizzate dalla follia della guerra non si è placata,   anzi, si è acuita   guardando  le mutilazioni di quegli stessi  corpi che avevo visto danzare nella luce.

E poi, quelle teste e quegli arti mutilati si sovrappongono e si confondono con  le immagini di morte e di corpi straziati che da troppo tempo  arrivano da troppe parti del mondo. Quasi un’ abitudine,  un’ abitudine  che anestetizza il dolore e tramuta il raccapriccio in indifferenza. Impedisce di riflettere su come un’ esplosione, un istante, solo un istante,   strazi non solo la carne, ma  uccida lo spirito, cancelli il genio e tutta quella parte di noi che a volte ci fa sentire creature speciali, lasciando solo il veleno dell’odio e polvere.

gesso delle tre grazie

gesso delle tre grazie mutilato dalla granata del 1917

 

gesso di san Giovannino

gesso di san Giovannino mutilato dalla granata del 1917

 

E  così mi viene in mente una poesia di Primo Levi. Gli fu ispirata dalla lettura di un articolo di “Scientific American” sui buchi neri.

L’Universo, L’apocalisse, il dolore e l’inutilità, tutto in questi pochi versi che in qualche modo  sento vicini  ai miei pensieri .

Le stelle nere

Nessuno canti più d’amore o di guerra

 

L’ordine donde il cosmo traeva i nome è sciolto;

Le legioni celesti sono un groviglio di mostri,

L’universo ci assedia cieco, violento e strano,

il sereno è cosparso di orribili soli morti,

sedimenti densissimi d’atomi stritolati.

Da loro non emana che disperata gravezza,

non energia, non messaggi, non particelle, non luce;

la luce stessa ricade, rotta dal proprio peso,

E tutti noi seme umano viviamo e moriamo per nulla,

e i cieli si convolgono perpetuamente invano

30 novembre 1974

Primo Levi  Ad ora incerta

 

L’ultima parte della visita è alla  casa natale di Canova In mostra, oltre agli arredi,  gli  i disegni, i dipinti, in particolare quelli dedicati alla danza e infine gli  attrezzi usati dallo scultore, Interessante la parte dedicata alla tecnica usata dal Canova per realizzare le sue sculture.

Ed infine uno sguardo al piccolo giardino ancora addormentato, ma con la magnolia giapponese bianca in piena fioritura. L’unica parte del complesso museale, in cui non sia vietato fotografare!giardino della gipsoteca di Possagno

 

 

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Sangue, Soldi, Sudore, Sesso: quattro S per un cristallo!

Soldi, sangue, sudore, sesso?

• Quale sarà mai il misterioso cristallo dalle quattro S?
Allume di rocca!allume-di-rocca
Delusi? Non lo avete mai visto né sentito nominare? Forse perché siete poco green e non frequentate i mercatini salutistici: di allume di rocca, sono quei grossi cristalli venduti come deodoranti naturali. Poi, se siete lettori di etichette, scoprirete che è anche l’ingrediente principale dello stick emostatico utilissimo in caso di sgocciolanti taglietti da rasoio o altro oggetto appuntito (sangue).emostatico

• Che cosa è l’allume di rocca?
Abbiate pazienza, ma per rispondere, mi vedo costretta a propinarvi un po’ di chimica.
Sappiate dunque che l’allume di rocca è un sale doppio di alluminio e potassio a cui si dà la formula

KAl(SO4)2. 12 H2O

dove l’anione solfato SO42-  è bilanciato dai cationi di potassio K+  e alluminio Al 3+ . Ogni ione metallico è circondato da 6 molecole d’acqua per cui si parla di un sale dodecaidrato.

• Perché l’allume di rocca è tanto prezioso?
E’ proprio la presenza di quello ione Al 3+  che lo rende utile e prezioso (soldi)  in diversi campi, spesso molto legati al denaro. Ad esempio nel 1540 Vannoccio Biringuccio scrive nella sua famosa “De la Pirotechnia” :
“ L’allume è necessario ai tintori non meno che il pane all’uomo”.
Oggi si sa che l’uso dell’allume di rocca come prodotto di primaria utilità nell’industria tessile per la mordenzatura dei tessuti si deve al fatto che lo ione metallico Al 3+   si attacca alla molecola di pigmento e la trascina nelle fibre dove viene precipitata in forma di idrossidi polimerici insolubili. Questi prodotti agiscono ostacolando in modo efficiente la lisciviazione del colorante durante il lavaggio, impedendo così ai tessuti di scolorire.
Lo stesso meccanismo, la precipitazione, è utilizzata quando si trattano le acque reflue con allume. In questo caso vengono precipitati idrossidi di alluminio insieme con vari inquinanti; si forma così una fase solida facilmente separabile.
Si può poi giustificare l’uso dell’allume di rocca come deodorante naturale (sudore): è proprio lo ione alluminio che, occludendo parzialmente i pori, ha un effetto antitraspirante. Se date un’occhiata alle etichette degli antitraspiranti oggi in commercio (spesso anche quelli “Al free”) scoprirete che contengono proprio sali di Al di vario tipo.


Quelli a cui ho fin qui accennato, oltre alla concia delle pelli, erano solo alcuni degli usi del composto conosciuti nell’antichità:  di altri (più originali) ne parlerò in seguito!

Sentite, inoltre, anche per che cosa veniva usato:

“L’ allume entra nella composizione di molti rimedi della farmaceutica ed è sovente impiegato nelle arti e nella economia domestica. Unito al sego rende le candele più consistenti, dà corpo ai pastelli dei pittori, serve per imbianchire l’argento, per inargentare il rame, preparare il cuoio, e per altri infiniti usi. È necessario nella composizione dell’azzurro di Berlino e delle tinte nelle quali dispone le sostanze che si vogliono colorire, corrode leggermente le loro superfici, dilata i pori, e somministra una favorevole base alle particelle coloranti, che fissa nei corpi. Si potrebbe ancora adoperare con vantaggio nel preservare le carte ed i legni dall’attività del fuoco.” J .Delumeau, l’alun de Rome XV-XIX siècle, Paris 1962.

• Da dove viene l’allume di rocca?
Anche se ora può essere prodotto artificialmente, per lungo tempo si è usato l’allume che si trova in natura. L’importanza del prodotto giustifica i tanti tentativi di possedere il monopolio della sua produzione che sono stati tentati da diversi stati.
Vale la pena di spendere due parole sulle vecchie modalità di produzione.
Mentre la pietra che si trovava nei deserti egiziani era facile da lavorare, estrarre l’allume da scisto era piuttosto complesso viste le scarse conoscenze chimiche dell’epoca. Le tecniche di produzione ci vengono meticolosamente descritte e illustrate nel capitolo XII del “De re metallica” di Giorgio Agricola.

 

In breve il procedimento era questo.

Nella roccia scistosa sono contenuti ferro e alluminio, oltre a una forte quantità di componente organica. La prima operazione consisteva nel bruciare la pietra su un fuoco di legna: in questo modo la pirite, FeS2, presente nella roccia veniva ossidata molto lentamente a ioni Fe3+  e ossidi di zolfo. Gli ioni metallici solubili, soprattutto ferro, potassio, sodio e alluminio venivano poi estratti con acqua, che trasformava anche gli ossidi di zolfo in ioni solfato. Questo liquido doveva poi essere concentrato e infine si precipitavano i cristalli di allume. Curiosità chimica: normalmente con questa tecnica si produceva allume di potassio, ma dove veniva utilizzata come reagente anche “urina di fanciullo” (nello Yorkshire), il prodotto finale era allume di ammonio.

• E adesso un po’di storia.
Siamo nell’anno 1462 sotto il pontificato di Pio II, Silvio Enea Piccolonimi.

Nei suoi “commentari” il papa in persona ci racconta della scoperta nei monti della Tolfa del preziosissimo allume. La storia è questa.
Un giorno Papa Pio II ricevette la visita di Giovanni di Castro, un tintore che aveva soggiornato a Costantinopoli arricchendosi e divenendo espertissimo di allume. Fuggito da Costantinopoli dopo la conquista mussulmana, era venuto in Italia ed era stato nominato Commissario generale sulle Rendite della Camera Apostolica.
Un giorno, percorrendo le campagne della Tolfa, Giovanni di Castro venne attratto da una certa vegetazione che gli ricordava quella analoga dei terreni alluminosi d’ Oriente. Si fermò, vide le pietre. Ne prese una e le dette un morso: aveva il sapore della salsedine. Ne raccolse qualcuna e le riscaldò secondo la procedura a lui nota: si trattava di allume. Si presentò allora al pontefice dicendo:
”Oggi ti porto la vittoria sul Turco. Egli estorce ogni anno ai cristiani più di trecentomila monete d’oro per via dell’allume con cui tingiamo le lane di diversi colori, ma io ho trovato sette monti di questa sostanza da bastare a sette mondi. Se ordinerai che si facciano venire operai, si predispongano fornaci, si cuociano pietre, fornirai allume a tutti gli europei e tutto il guadagno del Turco verrà a cessare”.
Il papa considerò queste parole “ deliramenta”, cioè fantasie senza fondamento, ma Giovanni tanto insistette che furono mandati tecnici a verificare e i risultati furono migliori di ogni aspettativa.
Iniziò subito la produzione e il papa, da buon cristiano, destinò i proventi all’organizzazione di una crociata. Di qui il nome: “allume della santa crociata”.
Giovanni di Castro ebbe una statua equestre e ricchezze; la zona di Tolfa e dintorni ebbe un notevole e disordinato sviluppo urbanistico come risulta da questo ironico sonetto scritto da Annibal Caro che nel 1505 ebbe a visitare quelle zone.

sonetto

Nel luogo in cui si svolgevano tutte le attività connesse alla lavorazione dell’ allume crebbe un paese che prese il nome di Allumiere e divenne comune nel 1826.
L’industria dell’allume continuò a funzionare fino alla fine dl 1700, quando entro in crisi perché venne prodotto allume artificiale e, comunque, all’allume naturale si incominciarono a sostituire nuovi prodotti la cui realizzazione risultava essere più economica.
Prima di quella data, in Europa ci fu una vera lotta per averne il monopolio. Alla fine del ‘500, in Inghilterra, Enrico VIII creò momenti di grande tensione con gli stati cattolici quando incrementò la produzione di allume da scisto nello Yorkshire mettendo a rischio il monopolio dello Stato Pontificio.
Una storia interessante è quella della svedese Christina Piper. Aveva 27 anni quando nel 1700 il marito partì, con il re di Svezia Carlo XII, per una lunga guerra e non fece più ritorno. Christina dopo la partenza del consorte, rimase sola a tirare avanti la baracca con quattro figli piccoli. Ma non si perse d’animo: nove anni dopo la morte del marito, nel 1716 Christina fece un investimento destinato a lasciare un segno: comprò un’attività in crisi ad Andrarum in Scania, nel sud della Svezia e la trasformò in una fiorente industria per la produzione di allume. La fabbrica sopravvisse per almeno 2 secoli e precisamente fino al 1912. In tempi non certo facili per le donne, quella di Christina fu davvero una grande impresa.
E se per Christina l’ allume è stato sinonimo di emancipazione, l’uso che ne fecero le donne in passato ci parla della loro difficile condizione.

• Ars Amatoria, contraccezione e allume di rocca (sesso)
L’allume di rocca ha anche proprietà astringenti e proprio per questo ebbe un suo peso nell’ars amatoria. .

Anche se, come le recenti, appassionanti discussioni in parlamento ci hanno ricordato, l’atto sessuale può essere giustificato solo dal compito imposto da Dio: “ crescete e moltiplicatevi”, di metodi anticoncezionali trasudano i secoli.

Si inizia coll’uso di una sostanza pastosa mescolata a sterco di coccodrillo consigliate alle donne egizie in un papiro del 1850 a.C. Si prosegue con il pessario, impasti di piante ricche di tannino utilizzato dagli indigeni di Sumatra e perfezionato nei secoli fino ad esserne elencate 123 varietà nel 1864 dall’Associazione Medica Internazionale. Naturalmente non si disdegnano anche sistemi puramente meccanici, come le spugne, o decisamente atletici:
“Subito dopo, i due si separino e la donna si alzi bruscamente, starnutisca e si soffi il naso parecchie volte e gridi ad alta voce. Ella dovrebbe saltare con violenza indietro di circa sette o nove passi”
In questo quadro senz’altro vario, ma di dubbia efficacia sia per la bizzarria delle ricette, sia per la scarsa chiarezza circa i metodi di somministrazione, ecco che si inserisce l’allume. Sono le proprietà astringenti di questa sostanza ad attirare l’attenzione: se la farmacologia lo utilizzava per restringere tessuti o “ parti allentate”, se funzionava (?) per ridurre il prolasso dell’utero, perché non provarlo anche per restringere il collo dell’utero? Le ulcere, le piaghe e le infezioni che l’uso di questi metodi provocavano spesso portavano a sterilità: si poteva quindi dedurre che funzionassero!
Le proprietà astringenti dell’allume venivano sfruttate anche per ingestione, ma se si fosse saputo in giro che il pane veniva sofisticato con abbondanti dosi di allume per renderlo più pesante, probabilmente l’assunzione per via orale di questo rimedio avrebbe avuto un crollo. La massiccia ingestione di allume con pane sofisticato infatti, pare non abbia mai avuto alcun effetto sulla natalità.
Le proprietà astringenti dell’allume avevano anche un’altra funzione. La libertà sessuale non è e non è mai stata prerogativa femminile e, anche se oggi sembra essere un po’ offuscata come valore, la verginità ha sempre avuto grande importanza in società in cui il corpo della donna era soggetto alle leggi di mercato e diventava proprietà con il matrimonio. Pomate e lavande, a base di allume, mirra, assenzio, ceneri di corna di cervo e molto altro, erano ritenute di grande efficacia per riportare la parte all’antica purezza ed evitare spiacevoli conclusioni della prima notte di nozze.
La verginità era poi utilizzata per alzare il prezzo delle prestazioni mercenarie e l’uso degli astringenti aumentava il guadagno delle mezzane che “accomodavano le ragazze con allume di rocca, il sale di Saturno, la consolida major” e le rivendevano più e più volte spacciandole per vergini.
A chi pensasse che oggi le cose vadano ben diversamente, ricordo che esiste l’ imenoplastica .

Concludo con questi cristalli  di allume ottenuti in laboratorio da soluzione sovrasatura.

Si può fare di meglio e non escludo di raccontarvi come. Forse, un giorno.

cristalli di allume di rocca

cristalli di allume di rocca ottenuti nel laboratorio dell’ITCG Oriani da soluzione sovrasatura: 20g per 100 mL di acqua lasciata evaporare.

Fonti:

Ottorino Morra – Tolfa-  Cassa di Risparmio di  Civitavecchia 1979

Nicoletta Nicolini – La par condicio ovvero l’allume nell’arte amatoria -La chimica e l’industria n°77- agosto/settembre 1995

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Che spatacco prof!

onde gravitazionali

Modello al computer di onde gravitazionali generate dalla collisione di due buchi neri (Max Planck Institute for Gravitational Physics/Benger-Zib)

Che spatacco prof!
Di solito invito gli studenti a tradurre questa frase in
“Che meraviglia, oh! stupore!”
Ma questa volta non ho detto niente, ho lasciato che gli spatacchi e le figate viaggiassero liberamente; in realtà ero molto stupita per l’atteggiamento incredibilmente positivo con cui la classe aveva accolto la mia idea di far fare una sorta di verifica anche ai ragazzi che non dovevano recuperare il primo quadrimestre.
Procediamo per ordine.
Giornata di verifica di recupero per una parte della classe. Già e l’altra parte? Sembrerebbe il momento buono per proporre un’attività di gruppo, ma la disciplina non è proprio una caratteristica di questa classe e l’inevitabile confusione potrebbe penalizzare i ragazzi alle prese con il recupero.
Verifica allora … ma di che tipo? Di solito ne approfitto per far riflettere su articoli di divulgazione scientifica, o su problemi di chimica quotidiana.
In questi giorni c’è stata la clamorosa scoperta delle onde gravitazionali e, per fortuna, una caterva di scienziati, divulgatori (e pazzi scatenati), s’è data da fare per spiegare al popolo l’essenza di questo straordinario avvenimento. Perché non approfittarne? Fra tutti, ho scelto l’articolo di Monica Marelli ,”Le onde gravitazionali spiegate in modo semplice”, perché mi ha  intrigato moltissimo  in quanto coinvolgente, chiaro e, dal punto di vista didattico, relativamente facile da tradurre in mappa concettuale. Ho quindi chiesto ai ragazzi di leggerlo attentamente e di provare a farne una mappa.
Non hanno protestato. Non solo, per un’ora hanno lavorato e non sbuffato o polemizzato come è costume dello studente tipo, quando gli si chiede di fare qualcosa che esuli dalla prassi comune e che richieda un minimo di attenzione e di riflessione.
Nell’aria c’erano frasi del tipo :
“Questa roba m’intrippa”
“Prooof! Mio nonno mi ha detto che Einstein conosceva uno di Lugo”
“Vero, il matematico Ricci- Curbastro
“Quello del liceo di Lugo! Fatte robe!”
Voce fuori dal coro
“ A me ‘sta roba non interessa per niente”
Coro:
“ Ma va’ lààà? È una figata pazzesca!
e ancora
“Ma come è possibile che un uomo pensi queste cose così complicate senza che nessuno le abbia pensate prima?”

Poi tutti hanno consegnato il loro lavoro ( che devo ancora guardare) chiedendo di portarsi a casa l’articolo.
Non so che cosa troverò scritto in quei fogli e comunque vada, sarà un punto di partenza per discussioni e approfondimenti.
In ogni caso, quello che è accaduto oggi mi è piaciuto moltissimo e vi assicuro che ormai, a scuola, accadono ben poche cose che mi facciano sorridere o accendano in me un pensiero positivo.
Grazie Monica!

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Febbraio

Febbraio, che quest’anno ci regala un giorno, andava celebrato. Per farlo ho scelto una poesia del  poeta e ingegnere Leonardo Sinisgalli, personaggio che mi ha sempre molto affascinato per la sua volontà di  conciliare scienza e umanesimo. La rivista “La civiltà delle macchine” ,  da lui inventata per Finmeccanica nel ’53 e diretta fino al ’58 (32 numeri),  è forse l’ esempio più eclatante di questo suo impegno.

Febbraio dolce e amaro

Mi capita di guardare il cielo

di queste notti e le stelle più chiare

perché son distratto.

Fra due macchie fulminea

si apre una crepa di beatitudine.

La natura si rivela più forte

della vita e dei pensieri

e di tutte le nostre invenzioni.

Ci ammonisce con la ferrea

tensione del sereno

con la sua omogeneità senza uno strappo.

Leonardo Sinisgalli

                                                                           Da la “Vigna vecchia” 1946 1950

arte fiera

Le immagini, che seguono le parole del poeta, le ho rubate  tra gli stand di “Arte e Fiera 2016”. Anche quest’anno, infatti, ho voluto tuffarmi per alcune ore in quel mondo particolare fatto da artisti, galleristi, critici e compratori. La mia non appartenenza ad alcuna di queste categorie era arte fieraevidente:  abbigliamento  banale, pettinatura da dimenticare, insomma segni particolari zero ( se vogliamo sorvolare su una sorta di sfregio lasciatomi nell’intorno del naso da un dannatissimo raffreddore). Tutte le categorie sopraccitate, comunque, godono della mia più indiscussa ammirazione anche per quel tocco di eccentricità che le caratterizza. Una cosa che mi affascina di “Arte e fiera” è proprio il pubblico, in gran parte speciale.

Mi piace poi moltissimo, trovarmi faccia a faccia con opere di grandi autori, quelli stessi che si trovano nei musei, solo che qui si possono vedere da vicino, toccare, annusare e, trascinati dall’entusiasmo, se ne può chiedere anche il prezzo. La risposta, nel mio caso,

" Nana" Niki de Sainphalle

” Nana”
Niki de Sainphalle

lascia un ché di amaro e la certezza che dei miei artisti preferiti, come  la scultrice Niki de Saintphalle, non potrò mai permettermi neppure un multiplo di 20 cm!

Quello che invece da qualche anno mi delude un po’, è non trovare opere di autori non ancora affermati, che mi emozionino o mi stupiscano. No, non è del tutto vero. Spesso cerco nell’arte un po’ di scienza e quindi mi ha molto stupito un artista che ha  fatto di Φ, rapporto aureo, il soggetto principale di una serie di sue opere o Emmanuele De Ruvo, che avevo notato arte fieraanche l’anno scorso, che ha  come soggetti delle sue opere, π, formule matematiche o … beute .  Ci sono anche  molte opere curiose e interessanti, con una forte base tecnologica. Eppure …

arte fiera

Emmanuele De Ruvo

Probabilmente non è così facile stupire di questi tempi. Probabilmente stupire è diventata prerogativa più della politica che dell’arte.

L’impressione è che neppure gli artisti sappiano più cogliere l’essenza del momento in cui viviamo, che non ci sia confronto fra di loro e che il loro lavoro, anche bello e interessante, abbia il respiro breve dell’individuo e non il soffio eterno dell’Uomo.

 

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Addio David

 

david bowie

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