Bilanci di fine anno: bravi vero?

L’ anno scolastico  è agli sgoccioli ed è tempo di bilanci.

Seguendo una prassi  in uso da qualche anno nel nostro istituto, le seconde  classi dell’ITCG Oriani hanno mostrato in  Aula Magna, davanti  a un nutrito pubblico formato da docenti e alunni di altre classi, la loro capacità di affrontare, sviscerare  e presentare, in gruppo, alcune tematiche loro assegnate. Molti studenti  sono stati veramente bravi e  perciò voglio mostrarvi alcune delle loro produzioni. Le modalità scelte dai ragazzi, per presentare i loro lavori, non sono sempre compatibili con la pubblicazione sul blog, quindi quello che posso mostrare è  estremamente riduttivo: manca tutta  la parte espositiva che in alcuni casi è stata davvero notevole.

Vi presento quindi  tre frammenti di quanto i ragazzi hanno prodotto sulla tematica delle dipendenze.

Ho scelto  Un video, uno spot e un Prezi.

Valeria Bottiglione, Michele del Fiore, Erica Sartoni 2Gafm

Dipendenze:  video introduttivo

 

Andrea Albonetti, Silvia Capra, Francesca Cavina 2Gafm

La dipendenza da gioco: spot

2EafmEleonora Cenni,Layla El Khoutabi Federica Samorì,

Valentina Valdré,   2Eafm

Dipendenza da cibo: Prezi.

Questo è sicuramente il lavoro più penalizzato perchè orfano della brillante esposizione delle quattro bravissime relatrici, che hanno illustrato il problema in modo originale e approfondito utilizzando come lingue, oltre all’italiano, lo spagnolo e il francese.

https://prezi.com/aizgdwefnyuz/copy-of-la-dipendenza-da-cibo/#

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Naturale/non naturale

Naturale, non naturale
questo,forse, non è il problema!

la via delle valli

la via delle valli al tramonto

Così pensavo mentre mi beavo dell’ immersione totale nella natura in una splendida giornata di primavera. Tra ronzii e cinguettii cercavo di leggere lo struggente panorama disegnato dal fiume e dall’ uomo nel Delta del Po.
Oggi, partendo da quelle mie riflessioni vorrei cercare di analizzare alcune delle sfumature che colorano il concetto di naturale. A dispetto della pubblicità e di chi lucra sul desiderio di “ritorno alla natura” dell’essere romantico nascosto in molti di noi, i confini, tra naturale e ciò che non lo è, sono spesso difficili da tracciare e non è affatto vero che l’uno sia sempre bianco e l’altro sempre, implacabilmente nero. Spesso non è neppure necessario tracciare quei confini.
Naturalmente, i miei sono pensieri in libertà, quindi vi avverto: salterò di palo in frasca come è mia abitudine, ma, se avrete pazienza, anche questa volta troverete, tra queste righe, unpodichimica
Una parte del Delta del Po, con il suo interessantissimo ecosistema, si trova in Veneto. E via delle vallimentre in Emilia il Delta è diventato un parco, in Veneto si è giunti a un difficilissimo compromesso: solo la strisciolina di terra verso il mare è parco, il resto è assolutamente privato. Il confine tra parco e non parco è, in alcuni punti, tracciata da una via transitabile in auto o in bicicletta, la Via delle Valli. Percorrere quel tratto di strada è sempre un’emozione; vegetazione e animali fanno a gara per sorprendermi a ogni passaggio.
Sembra proprio di essere in luoghi in cui la natura ha imposto il suo dominio senza che l’uomo riuscisse a intervenire in alcun modo.
Sembra.
In realtà credo non esista un territorio più antropizzato di quello.
Da sempre, in quei luoghi, si è svolta una dura lotta tra uomo e fiume, fiume che è stato deviato e incanalato in mille modi. e sempre ha tentato di riconquistare i suoi territori inondandoli con piene devastanti. Il suolo, scavato e traforato per estrarre metano è sprofondato, favorendo così l’opera di distruzione del fiume. La guerra con la vegetazione autoctona si è consumata con la cancellazione delle specie originarie sostituite da risaie, un tempo, e da  mais, oggi. Gli alberi, poi, sono salici, tamerici e pini marittimi frutto di recenti rimboschimenti.

la via delle valli

fenicotteri in volo

II territorio però sembra in perfetto equilibrio e lo spettacolo è mozzafiato soprattutto ora che sono arrivati i fenicotteri.
Indovinate quale attività prevalente viene svolta nella parte privata del Delta dl Po? Caccia e pesca! E proprio questa attività, per certi versi inquietante, permette la sopravvivenza di quell’habitat. Vi sembrerà strano, ma esiste gente che è disposta a sborsare un sacco di quattrini per poter uccidere in santa pace un’ illimitata quantità di bestie, che poi nemmeno mangia. Credo che questa sia una delle tante manifestazioni del nostro lato naturale, il retaggio lasciatoci dal preistorico uomo cacciatore ( grazie al cielo non ero nominata nel testamento!). Quindi, finché la caccia rimarrà un affare per alcuni, oltre che un piacere per molti, l’ecosistema sopravvivrà altrimenti …
( I fenicotteri sono nella parte privata. Mi auguro ripartano prima dell’ apertura della caccia).
Lungo la Via delle Valli, dalla parte del parco, si incontra l’Oasi di Ca’ Pisani. Un tempo lì c’era una risaia, ma le continue esondazioni del Po, (favorite dall’estrazione del metano) hanno modificato il territorio rendendone impossibile l’uso agricolo. Da risaia, il territorio divenne una valle da pesca poi abbandonata perché poco produttiva. Con l’aiuto di fondi europei, la regione Veneto è riuscita a trasformarla in oasi protetta.
“Grazie ad un sapiente progetto di recupero è stato ripristinato l’ambiente di valle da

oasi di Ca' Pisani

oasi di Ca’ Pisani

pesca, zona favorevole alla nidificazione, e sono state ricostruite opere idrauliche e manufatti per la cattura del pesce, secondo tecniche artigianali antiche ed utilizzando materiali tradizionali quali canna, legno e mattoni. L’area riveste una notevole importanza per la tutela dell’avifauna, consentendo la nidificazione e la permanenza di numerose specie di ardeidi, anatidi, rallidi e passeriformi tra cui l’airone cenerino, l’airone bianco, l’airone rosso, il cavaliere d’Italia e il falco di palude. Dal punto di vista floristico la specie predominante nella golena è la cannuccia di palude, alla quale si associano varie specie erbacee quali lisca lacustre, stregona palustre, carice di ripa e carice spondicola. Nelle aree boschive predominano i salici, i pioppi, il frassino e la farnia. Sono molto diffusi l’indaco bastardo, la robinia e il rovo.”

Passeggiare all’interno dell’oasi è un’esperienza strana. Tra le piante, che fanno da barriere naturali e le barriere artificiali fatte di cannucce di palude, gran parte del percorso è costituito da stretti sentieri claustrofobici dai quali si riesce a vedere poco o nulla. I cartelli, precisissimi, ci dicono che lì, nel’oasi, ci sono tutte le specie che si vedono dall’atra parte ( quella privata) e anche qualcosa in più. Fidiamoci.
E’, però, un’ esperienza uditiva interessantissima: si sentono tonfi nell’acqua, battiti d’ala e tuffi di ranocchi; zanzare, api, mosconi e rane accompagnano dal basso, in alto, melodie raffinate o dissonanze e stridii scomposti e il volare colorato e intermittente delle farfalle.
Rumori, quasi musiche che mi fanno venire in mente “Il carnevale degli animali”di Saint Saëns.


una riuscitissima descrizione del naturale (gli animali) attraverso la Musica, quanto di meno naturale esista al mondo,
(A quando le petizioni per l’eliminazione o confinamento della musica in quanto innaturale e quindi potenzialmente pericolosa?)
Accompagnata dal lento can can della tartaruga di Saint Saëns, mi ritrovo a pensare a una fontana. Cosa c’entra con naturale mica naturale?
Nel suo libro “ La chimica allo specchio”, Roald Hoffmann, chimico e premio Nobel, introduce alcune  riflessioni sull’argomento naturale/ non naturale partendo proprio da una fontana. La sua è la fontana di Aganippe di Carl Milles nei presi di Stocolma, ma il ragionamento di Hoffman si può applicare a qualsiasi fontana, anche al Nettuno di Bologna o alla fontana monumentale di Faenza (1618).

fontana monumentale di Faenza

fontana monumentale di Faenza

“Che cosa c’è di naturale e innaturale in quest’opera, che è sia una fontana che una scultura? Come tutte le fontane è chiaramente sintetica, artificiale e innaturale.”
L’acqua non vuole incanalarsi, entrare nelle bocche delle sculture, andare verso l’alto.
La fontana e’ un raffinato insieme di dispositivi idraulici che costringe l’acqua a muoversi in modo innaturale e a diventare con il suo movimento parte integrante dell’opera d’arte!
Le statue sono fatte di bronzo, una lega metallica artificiale, la più antica prodotta dall’uomo. Gli elementi di cui è fatta si trovavano in minerali naturali, che, ben prima dei procedimenti di estrazione e fusione operate dall’uomo, hanno subito modificazioni geologiche e in tempi ancora più lontani le trasformazioni nucleari all’inizio dell’universo. Qualsiasi tentativo di distinzione tra naturale e innaturale può confondersi nell’analisi di un’ opera d’arte. E del resto, a ben pensarci, questa separazione risulterà difficile non solo per la fontana, ma per qualunque oggetto del nostro quotidiano.
Passerò ora a un’altra forma d’arte praticata da artisti decisamente molto, molto incompresi: i chimici.
I chimici e la chimica sono spesso sotto accusa in quanto producono materiali innaturali e sempre di più sintetico è sinonimo di nocivo, veleno, nero. Eppure grazie a quelle sostanze sintetiche le nostre case sono più confortevoli, viviamo molto di più, abbiamo una vita più facile e interessante. (Qui si poterebbe aprire una discussione infinita sull’ avidità e immoralità di categorie di umani che hanno fatto un uso spregiudicato di sostanze che sapevano essere pericolose e l’hanno passata liscia, o chiedersi perché intere popolazioni sfidino il mare e la morte per ritagliarsi un posto in questo nostro occidente sintetico e innaturale. La realtà è estremamente complessa, i problemi hanno molteplici aspetti e le soluzioni non sono mai immediate o semplici).
Quello che voglio qui mostrare è il punto di vita del chimico, che non coincide con il senso comune perché, al contrario dei più, il chimico ha una conoscenza profonda della materia che lo porta a dire:
“ La materia è materia, né nobile ne vile, infinitamente trasformabile e non importa quale sia la sua origine prossima” Primo Levi
E proprio da Primo Levi vorrei incominciare. Vi propongo un brano tratto da Azoto ( uno dei racconti del Sistema Periodico). Levi era stato contattato da un produttore di rossetti ( volgare e antipatico) che gli chiese se fosse stato in grado di procurargli l’alossana, una sostanza, che avrebbe molto migliorato la qualità di suoi cosmetici. Levi, che in quel periodo aveva bisogno di arrotondare i suoi magri guadagni, si mise a studiare il problema scoprendo che la materia prima,  da cui partire per ottenere questa molecola, era lo sterco di gallina o di rettili. (Il brano cruciale è quello tra i due segni rossi.)

Primo Levi Azoto

Primo Levi
Azoto

Quando lo leggo ai miei studenti, mi accorgo che raramente focalizzano il punto fondamentale, quello che ai miei occhi rende la chimica la più interessante e stupefacente fra le scienze .
Subito le ragazze disgustate mi chiedono se la materia prima del rossetto è lo sterco di pollo o di pitone, altri si soffermano sulla diversa solubilità in acqua dell’ urea rispetto all’acido urico. Nessuno rimane colpito da quel
“l’azoto è azoto, passa mirabilmente dall’aria alle piante, da queste agli animali e dagli animali a noi; quando la sua funzione è esaurita, lo eliminiamo, ma sempre azoto resta, asettico,innocente.”
Eppure una delle chiavi per capire il mondo è proprio lì. Gli atomi sono sempre identici, da qualunque sostanza vengano estratti e l’azoto dell’aria non è diverso da quello contenuto nell’urina.
Sono i legami tra atomi, la  loro disposizione nello spazio che danno alle molecole le loro proprietà, non la sostanza da cui sono sintetizzate o il metodo con cui vengono prodotte:
gli atomi non hanno memoria.

La cosa più interessante della ricerca chimica è proprio questo suo entrare nella struttura delle molecole per carpirne le proprietà e sintetizzarne poi di identiche oppure diverse, ma con proprietà simili.
Come insegnante e quindi a stretto contatto con i non chimici ( studenti genitori colleghi) rimango sempre sconvolta nello scoprire che quell’attività di ricerca è considerata dai più assolutamente incomprensibile e quindi guardata con grande sospetto e timore. Per darvi un’ idea della nebbia in cui è avvolto il cervello dei non chimici vi voglio raccontare questo attimo di vita vissuta.
Quando dissi ai miei allievi che in laboratorio avremmo provato a capire quali elementi compongono lo zucchero, vidi lo sgomento nei loro occhi e il più coraggioso implorò :
– Noooo! prof non lo faccia! Dopo non potrei più mangiarlo-
Ecco, questo è il pensiero comune, difficilmente modificabile. Trovare il carbonio nello zucchero, e scoprire che è lo stesso dell’alcool, della nostra pelle o del biossido di carbonio non stupisce nè affascina. E anche il meraviglioso racconto “ Carbonio” di Levi non colpisce come vorrei.
E così, il non chimico continuerà a pensare che la vitamina C estratta dalle bacche di rosa canina è naturale e buona (e quindi merita di essere venduta a prezzi astronomici), mentre le altre che non hanno una fonte così evocativa, sono artificiali e quindi peggiori!
L’acido L-ascorbico ( vitamina C) è identico sia che lo si produca utilizzando come materia prima le bacche, sia che si utilizzi il glucosio ottenuto dal mais così come l’ acqua, H2O, è la stessa sia che venga prodotta dalla reazione con H2 idrogeno e O2 ossigeno, sia che provenga dalla combustione del metano o dalla neutralizzazione dell’ acido cloridrico con idrossido di sodio. E’ sempre acqua, l’acqua che conosciamo anche se è stata prodotta in laboratorio.

E sempre a proposito di naturale – artificiale, un discorso veramente interessante potrebbe essere quello sugli aromi.
Sulle etichette delle confezioni di cibi e bevande possiamo trovare la dicitura “aromi naturali”: in questo caso abbiamo a che fare con molecole estratte con metodi fisici da sostanze vegetali o animali fresche o essiccate.
Possiamo poi trovare la dicitura “ aromi” e in questo caso o sono molecole che riproducono esattamente quelle naturali (natural identici) o sono ottenuti combinando molecole artificiali con altre naturali.
Il consumatore preferisce gli aromi naturali anche se possono essere prodotti per estrazione con solvente e potrebbero contenere tracce di sostanze pericolose.
Qualche tempo fa il Sole 24 ore pubblicò un servizio molto interessante sugli aromi prodotti dalla Firmenich (azienda leader nel settore della produzione di aromi) Tra le altre cose era riportato questo brano scritto da Erich Shlosser in Fast Food Nation:
“ Quando l’aroma di mandorla ( benzaldeide) è ottenuto da fonti naturali come le pesche o i noccioli di albicocca, contiene tracce di acido cianidrico, un veleno mortale. La benzaldeide derivata da un processo diverso- mischiando l’olio di chiodo di garofano e l’aroma di banana ( amil – acetato)- non contiene cianuro d’idrogeno( acido cianidrico).”
Un esempio di come il non naturale possa essere addirittura ecologico è quello dell’aroma di vaniglia, che è in larga parte artificiale. Questo permette di risparmiare il pianeta, infatti, se si volesse creare tutta la vaniglia in maniera naturale, si dovrebbe ricoprire l’intera Europa con questa orchidea. S’immagini, tra le altre cose, la quantità d’acqua impiegata!
L’industria del sapore ( artificiale o naturale che sia) ha anche un ruolo rilevante per la salute; è infatti sempre più importante nella produzione di cibi light, largamente impiegati nella lotta contro l’obesità, che risulterebbero decisamente privi di gusto senza quelle molecole, che riproducono sapori come quello di pollo, di granchio, di formaggio.
Eccone alcune


In conclusione: naturale o artificiale?
Non è questo il problema
Credo che sia necessario abbandonare quel nostro naturale istinto che ci porta a dividere il mondo in bianco e nero, buono o cattivo: questo modo categorico di affrontare le cose, funzionava forse un tempo, quando i sistemi non erano così complessi. Oggi, se si vuole mantenere il nostro complicatissimo pianeta in equilibrio, dobbiamo sforzarci per ampliare le nostre conoscenze, abbandonare stereotipi devastanti e smetterla di pensare che sì/no siano le sole riposte possibili. Molte volte la risposta giusta è: dipende, seguita da un’attenta analisi del problema.
Quasi tutto ha due volti, non solo la chimica, ma mentre la chimica, come scienza, ha leggi e regole dimostrabili, non sempre si può dire la stessa cosa del resto.
La conoscenza, l’interesse e la partecipazione rimangono gli unici sistemi utili per orientarci in questa Terra così profondamente e rapidamente modificata da una delle molteplici specie che la abitano … e neanche la più simpatica.

Per approfondire

Dario Bressanini- Pane e Bugie- Chiarelettere

Roald Hoffmann- Molecole allo specchio- Longanesi

Primo Levi- Tutti i racconti- Einaudi

F. Pacifico-Particelle-Idee e Lifestyle del Sole 24 ore-n°56-  dicembre 2013

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Primo Levi a Fossoli

fossoli

I mondi di Primo Levi

Durante la visita al il campo di sterminio di Mauthasen una sensazione di gelo mi pervase. Mi pareva che il Male avesse così intriso di sé quei luoghi da renderne ancora possibile la percezione. Ero accompagnatore di una classe e incrociando lo guardo dei miei studenti avvertii che non ero l’unica a provare quella sensazione: il silenzio assoluto, che era calato dopo il chiasso del viaggio, non era imposto. Le parole rimanevano ghiacciate in gola e c’era solo voglia di piangere.
Non avevo nessun desiderio di freddo dell’anima, perciò, pur passando innumerevoli volte vicino a Fossoli , non mi è mai venuto il desiderio di una visita.
Questa volta era diverso. Questa volta in quegli edifici c’era una mostra dedicata a Primo Levi e non potevo perderla.

Tramonto a Fossoli

Tramonto a Fossoli 7 febbraio 1946

Molti non sanno che anche in Italia ci furono campi di concentramento. Uno era quello di Fossoli l’altro , più noto, era un vero e proprio campo di sterminio , la risiera di San Sabba a Trieste.
Il campo di Fossoli , oggi, si presenta devastato dall’umana incuria e dal terremoto. Durante la visita, la sensazione prevalente è rabbia per quello che appare un tentativo di occultare un pezzo tragico della nostra storia, una storia scomoda , che evidenzia la crudeltà di un regime del quale si stenta, oggi più che mai, a sottolinearne la devastante malvagità.
L’area si presenta modificata, rispetto al periodo bellico, per i successivi rifacimenti, ristrutturazioni , deterioramenti degli edifici e per lo sviluppo di una vegetazione inesistente nel 1943-45.
Dal luglio 1942 a fine novembre 1944, il campo funzionò come:
!- Campo prigionieri di guerra (luglio 1942,8 settembre1943) Ministero della guerra- Regno d’Italia
2-Campo di concentramento ebrei (5 dicembre 1943- 15 marzo 1944) Questura di Modena- Repubblica sociale italiana
3-Polizeiliches Durchgangslager n.152- Campo di concentramento Fossoli- !5 marzo 1944- primi agosto 1944- Bds Italien-Verona Questura di Modena –Repubblica sociale italiana
4-Centro di raccolta per mano d’opera in Germania (Agosto 1944- fine novembre 1944)
Il campo venne poi utilizzato con diverse finalità dal 1945 fino al 1970. Gli edifici corrispondenti alle fasi 1,2,3 erano posti in due settori adiacenti il Campo Vecchio ( 9 ettari), oggi scomparso, e il Campo Nuovo ( poco più di 6 ettari)
Il Campo di Fossoli fu la prima tappa del viaggio, che condusse Primo Levi nel campo di sterminio di Auschwitz.
Dalla biografia dello scrittore

“Levi si unisce a un gruppo partigiano operante in Val d’Aosta, ma all’alba del 13 dicembre è arrestato presso Brusson con altri due compagni. Levi viene avviato nel campo di concentramento di Carpi-Fossoli.
Nel febbraio del 1944 il campo di Fossoli viene preso in gestione dai tedeschi, i quali avviano Levi e altri prigionieri, tra cui vecchi, donne e bambini, su un convoglio ferroviario con destinazione Auschwitz.”

in questa immagine il viaggio di andata in nero e quello di ritorno in verde.
verso il lager
La mostra si apre con una serie di immagini che illustrano l’avventuroso viaggio dell’ atomo di carbonio, così come è raccontato da Primo Levi in Carbonio (da “Il Sistema Periodico). Uno dei miei racconti preferiti, (e anche uno dei miei insuccessi educativi: l’avevo proposto, qualche anno fa, in una quinta Istituto d’Arte, ma le emozioni non furono, se non in qualche caso, quelle sperate) . carbonio
Il percorso espositivo prosegue accompagnandoci nei “mondi di Levi”: oltre al testimone degli orrori del lager, incontriamo così il chimico, il grande scrittore, l’artista, ne conosciamo la famiglia e gli antenati, ne sentiamo la voce in importanti interviste. E scopriamo anche, come la sua opera sia conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, forse più che nel nostro Paese ( ma questa non è una novità!).

scultura in filo di rame

scultura in filo di rame

In mostra, non ci sono manoscritti o foto originali, solo riproduzioni. Nel complesso, però, viene tracciata un’immagine dell’autore molto interessante e completa e appare evidente l’enorme contributo che tutta la sua opera ha dato per far emergere da quella nebbia, in cui i nazisti avevano tentato di seppellirla, la verità e l’immane vergogna dei lager e degli stermini.

Credo proprio che, questa mostra,  dovrebbe diventare patrimonio permanente del campo di Fossoli. Incontrare Levi in quel luogo, aiuta a comprendere meglio lo scrittore e il luogo stesso,
Fossoli e la mostra mi hanno riportato tra le mani l’ultimo libro scritto da Primo Levi, quello che più mi ha obbligato a riflettere: “I Sommersi e i Salvati”. Qui l’animo umano è spietatamente allo scoperto, qui si comprende cosa significhi perdere la condizione di esseri umani e il ritratto dei carnefici, di coloro che con incredibile maestria facevano scempio delle coscienze prima di accanirsi sui corpi, non è quello di esseri ” affetti da un difetto di origine”, ma:
“Erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male.”
Non è una lettura facile, però la consiglio. Si parla del passato, ma leggendo quelle pagine, appare evidente che gli uomini protagonisti di quel passato ebbero cervelli identici ai nostri, con gli stessi identici meccanismi di funzionamento.
“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono di nuovo essere sedotte e oscurate: anche le nostre.” Primo Levi

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Ciliegi e ciliegie

ciliegi a VignolaTutti gli anni, in primavera, dedico una domenica di aprile ai ciliegi in fiore: un po’ come i giapponesi. A Vignola, in provincia di Modena, la campagna si riempie dei fiori bianchi di centinaia di alberi di ciliegio che, pur non avendo la pretesa di creare l’incanto dei ciliegi selvatici del monte Yoshino, vi assicuro, sono un vero spettacolo. Non potendo contare sull’impeccabile organizzazione nipponica, scelgo regolarmente il giorno sbagliato: la fioritura è solo agli inizi, oppure è già finita. Quest’anno sono arrivata solo un pochino in ritardo e quindi, ho finalmente potuto gustare la meraviglia di quell’enorme nuvola bianca intrappolata tra i rami degli alberi.
Prunus avium questo è il nome della specie responsabile della produzione di tutte quellegiardino dei ciliegi ciliegie dolci che tra non molto compariranno nei mercati e sui banchetti dei contadini lungo gli stradelli di campagna tra Vignola, Modena e San Giovanni in Persiceto, pronte per essere gustate così, ( una tira l’altra dice la tradizione) anche senza ulteriori elaborazioni. Prunus cerasus è  invece la specie selvatica., che  regala ciliegie acide quali amarene, visciole e marasche insuperabili protagoniste di fantastiche preparazioni.
Prima di seminare unpodichimica tra una ciliegia e l’altra, voglio fare un po’di chiacchiere il giardino dei ciliegifra  le leggende, l’ arte e la letteratura, che coinvolgono questo albero così coreografico e sui suoi ottimi frutti.
Kerasos (prunus Avium) è il nome greco del ciliegio, che, secondo San Girolamo, deriverebbe da Kerasunte,città del  Ponto, da cui l’albero sarebbe stato portato in Italia  nel I sec, a,C, da Lucullo, di ritorno dalla guerra contro Mitridate.
Ci sono moltissime usanze e riti, in diverse zone d’Europa, che coinvolgono il ciliegio e quasi tutti mirano a garantire prosperità di raccolto o eterno amore, ma il suo uso come rimedio contro l’ernia, è tra le tradizioni più bizzarre che io abbia mai trovato . Udite!
Nel Medioevo, se un ragazzo soffriva d’ernia, lo si faceva passare attraverso un giovane ciliegio tagliato a metà longitudinalmente, poi si ricongiungeva l’arboscello e lo si ricopriva di letame bovino in modo da favorire la saldatura dei due tronconi; quanto più facilmente si fosse cicatrizzato e saldato tanto più celermente sarebbe guarita l’ernia.(A, Cattabiani- Florario-Milano 2004)
In Italia si venera il santo delle ciliegie, Gerardo Tintore(Monza 1134 – 6 giugno 1207), san-gerardo-tintorepatrono di Monza . L’iconografia tradizionale lo rappresenta anziano (visse circa 70 anni) barbuto, vestito di un saio, con un bastone dal quale pende un rametto di ciliegie. Volete sapere perché?
Si narra che una sera di dicembre Gerardo, che si recava spesso in duomo a pregare, volesse rimanere in preghiera tutta la notte, ma gli ostiari non ne volevano proprio sapere. Per convincerli, promise loro un cestino di ciliegie ( eravamo tra il 1110 e il 1200, solo roba di stagione, allora!), quelli acconsentirono e la mattina seguente il santo regalò loro un cestello di ciliegie a testa. In ricordo dell’ episodio il 6 giugno, festa del santo, pare che l’amministrazione dell’ospedale di Monza offrisse ai canonici del duomo una colazione a base di ciliegie. (op, citata.). Non so se che ne sia stato di questa tradizione.

il giardino dei ciliegi

il giardino dei ciliegi

ciliegio di Formica

In data tra il 15 giugno ( San Vito),  secondo i veneti e il 24 giugno ( san Giovanni) per tutti  gli altri, il contenuto proteico della ciliegia tende ad arricchirsi per la presenza del baco (Marito, Amico, Gigi, Giuanin secondo la tradizione). Immagino che i trattamenti abbiano un po’ ammorbidito questa tradizione: sono anni che non trovo bachi nelle ciliegie ( per fortuna, con quel che costano!).
Quanto vive un ciliegio? La specie non è moto longeva, ma in giro per l’Emilia Romagna, esistono veri e propri patriarchi. Ne cito due: il ciliegio di Vignola anni 80 altezza 15m, circonferenza del tronco 2,35 m ( morente) e il ciliegio di Formica, 100 anni, altezza 14 m , circonferenza del tronco 3,40m ( ottima salute). Entrambi producono la “morettina di Vignola” un’ antica varietà ottima, ma di piccola pezzatura e per questo poco richiesta dal

il ciliegio di Vignola

il ciliegio di Vignola

consumatore e quindi destinata all’ estinzione.
Non si può proprio parlare di ciliegi senza citare gli Haiku giapponesi e come petali , ve ne ho sparsi alcuni qua e là nel post.
E non si può neppur parlar di ciliegi senza almeno citare Cechov e il suo ” Giardino dei ciliegi ” I colpi di scure, che chiudono questa commedia, mi danno dolore ogni volta che la leggo. Anche di quest’opera ho messo qualche ritaglio qua e là.
Per celebrare il prezioso frutto nell’arte, ho scelto alcune nature morte dipinte da splendide e misconosciute pittrici quali Giovanna Garzoni (1600 1670),Fede Galizia ((1578 1630) Louise Moillon (1610 1696) e un pittore contemporaneo, iperealista, Luciano Ventrone, presente alla mostra “il cibo nell’arte” in corso a Brescia ( delle pittrici, invece, neppure l’ombra nella succitata mostra!)


Ed ora unpodichimica! incominciamo con l’immagine tratta dal blog di James Kennedy
un insegnante di chimica che ha creato stupende etichette con ingredienti come quelle che si trovano su cibi in scatola o sui flaconi di sapone, anche per alcune specie di frutta.ingredienti delle ciliegie
Leggiamo così, che le ciliegie contengono l’82 % di acqua, il 12,8% di zuccheri , 1,6 di acidi Haikugrassi, meno dell’1% di amminoacidi, e scopriamo inoltre a quali coloranti dobbiamo il bellissimo colore e quali sono gli aromatizzanti responsabili del loro profumo.
Alcune osservazioni: si nota che il glucosio è in misura superiore al fruttosio, ma questo non impedisce alla ciliegia  di essere anche molto dolce. Il loro fantastico colore rosso è dovuto al carotene e alla capsantina, i coloranti E 160 che sono presenti in maggior quantità nel Haikufrutto.Per quanto riguarda il profumo si può notare il grande numero di sostanze che contribuiscono a formare il prezioso bouquet. L’aroma artificiale di ciliegia, contiene solo i primi due ingredienti (Z)-3-esenolo e il 2-eptanone, perché sarebbe impensabile, dal punto di vista economico, riprodurre in laboratorio il vero profumo.

Alcune  ricerche hanno messo in evidenza che la buona quantità di antocianine (colorante rosso di fiori e frutti E 163 ) contenute nelle ciliegie, soprattutto in quelle “acide”,  dipendeHaiku dal grado di maturazione all’atto della raccolta e dal tempo che intercorre tra la raccolta a consumo del frutto.

Come sottolinea un post letto  sul  sito della ” Fondazione Veronesi” , le antocianine sono efficaci nelle lotta contro il cancro,  contro l’invecchiamento, hanno azione antiinfiammatoria e di protezione cardiovascolare. Leggo poi in questo articolo che gli antociani, contenuti nelle ciliegie, hanno effetto antidolorifico, proprio come l’aspirina, ma senza alcuni dei suoi effetti secondari.
haikuNaturalmente questo non significa che le ciliegie siano miracolose e “chi mangia ciliegie campa cent’anni!”
Come per tutta l’ altra frutta e verdura ne viene consigliato il consumo, ma come sempre, bisogna  ricordare che, in una dieta equilibrata, la varietà e la moderazione sono i punti di partenza e che  un’ alimentazione corretta, può, in certi casi, prevenire e ridurre l’incidenzahaiku di alcune malattie.

Ma giusto per rimanere in tema di alimentazione voglio ricordare due preparazioni di cui sono protagoniste i frutti de prunus cerasum , le ciliegie acide: amarene e visciole
haikule prime sono l’ingrediente delle famose “Amarene Fabbri” prodotte a Bologna all’ inizio del secolo
Con le altre, le visciole,  si produce uno dei “vini” più buoni che esistano sulla faccia della Terra: il visner. Le ricette sono diverse a seconda della zona delle Marche in cui viene prodotto e, se fatto in casa, tutto dipende dalla tradizione famigliare. In ogni caso gli ingredienti sono visciole denocciolate e intere, vernaccia, alcool o rhum, zucchero, facoltativi: cannella e chiodi di garofano. Si lascia fermentare, si filtra e si imbottiglia.Credetemi, con pasticceria secca (ma anche senza ) è squisito.

E anche la ricetta l’abbiamo messa … Che cosa manca? Forse un po’ di musica,
Potrei ricordarvi la filastrocca apparentemente innocua, che ha rovinato alcuni momenti della mia infanzia.” Io son contadinella” ( questo è il titolo della nefasta tiritera) era una specie di giro tondo che prevedeva incroci di braccia e scambi di posto,che, per una bambina scoordinata e incapace di riconoscere destra e sinistra, ( N.B. tranne il “bambina” non è cambiato niente da allora) rappresentava una tortura insopportabile, costringendola a non partecipare al gioco, per non interrompere o rovinare la coreografia.Io son contadinella
Forse è meglio la collina dei ciliegi di Lucio Battisti. Almeno con quella non era necessario ballare!

Ultima cosa: anche se non è più di moda, io scrivo e scriverò sempre CILIEGIE!

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Pane e mortadella

museo del patrimonio industriale Aldini Valeriani Bologna

museo del patrimonio industriale Aldini Valeriani Bologna

Pensavo che il fascino della mortadella fosse solo una questione di gola: benché come tutte le carni non faccia più parte della mia alimentazione, non ho certo dimenticato l’attrazione fatale, che il suo profumo esercitava su noi piccoli e sento ancora la mia sorellina chiedere alla mamma ” Ti prego, comprami la mortadella! Fa un LODORE! ”
Visitando il museo del Patrimonio Industriale Aldini Valeriani  ho  scoperto  altri  aspetti affascinanti di questo salume, che  ha contribuito, in modo determinante, all’economia e alla  buona (in tutti i sensi) fama di Bologna.
La storia della mortadella, o di qualcosa che molto le assomiglia,  incomincia   in epoca romana, come testimonia una stele funebre di epoca imperiale conservata nel lapidario di Bologna, in cui viene affiancata l’immagine di un mortaio a quella di alcuni maiali.

tour-around-mortadella-02

stele funeraria

La spiegazione di questo accostamento si fa  risalire all’uso del mortaio nella preparazione di  un  salume, in particolare, serviva  per pestare le spezie da aggiungervi. Il nome latino dell’insaccato era murtatum farcimen e indicava un insaccato di carni suine crude aromatizzate con mirto per prolungarne la conservazione. Ed è proprio la presenza di questa spezia, a ricondurci alla preparazione della mortadella odierna, in cui, alla carne tritata, viene aggiunta una miscela aromatica sminuzzata, detta concia, in cui il mirto è elemento fondamentale per conferire profumo e aroma tipico. Un prodotto nominato mortadella era dunque già conosciuto fin dai  tempi di Augusto e Tiberio (primo secolo dopo Cristo).
Nell’alto Medioevo la corporazione dei salaroli di Bologna aveva il privilegio di confezionare mortadelle e porvi il proprio sigillo, come risulta da uno statuto del 1242. Volendo qualche citazione letteraria, tra il 1350 e il 1355 Boccaccio nomina  il “mortadello” tra le pagine finali del Decamerone (riporto la citazione anche se temo che la mortadela c’entri ben poco!)

E se forse pure alcuna particella è in quelle, alcuna paroletta più liberale che forse a spigolistra donna non si conviene, le quali più le parole pesano che’fatti e più d’apparer s’ingegnano che d’esser buone, dico che più non si dee a me esser disdetto d’averle scritte, che generalmente si disdica agli uomini e alle donne di dir tutto dì “foro e caviglia e mortaio e pestello e salciccia e mortadello”, e tutto pieno di simiglianti cose.

Arriviamo al 1400 quando si ha notizia di una specie di baratto tra Milano e Bologna: i Visconti di Milano, infatti, offrivano a Bologna un bue grasso in cambio di gustose mortadelle.
Dobbiamo però aspettare il 1600 per avere la prima, vera e propria ricetta della mortadella,  ad opera di un agronomo bolognese, tale Vincenzo Tanara, autore del trattato “Economia del Signore in Villa”
In questo trattato vi sono indicati tipo e quantità di spezie da utilizzare: cannella, chiodi di garofano, noce moscata, muschio, pepe in grani. Oltre al sale, Tanara include nella ricetta lo zucchero e il formaggio. Tanara inoltre specifica anche la dose di tessuto adiposo, tagliato in grossi dadi, in un terzo e in due terzi la dose del tessuto magro, proveniente da tagli pregiati (spalla o coscia) e trasformato in farcia tramite “taglienti pestature”. Dopo l’insaccatura, la mortadella deve essere cotta, a temperatura moderata, in una stufa calda.
Questo scritto del  Tanara  è la prova  che almeno  dalla fine del XVII secolo viene prodotto a Bologna un insaccato di carne suina macinata e poi cotta lentamente per garantirne la conservazione a confezione intatta: la mortadella, insomma!
Questo salume  veniva considerato un prodotto di lusso infatti :
una libbra (o,361Kg) di mortadella costava 9 volte più del pane, 6 volte più del manzo e dell’agnello , 3 volte e mezzo più del prosciutto e due volte e mezza più dello strutto e dell’olio d’oliva.
All’epoca, Bologna era famosa anche per la seta e la mortadella, come la seta, portava lustro alla città e per questo, la produzione dell’una e dell’altra  era consentita solo entro le mura, per garantire  alla città gli eventuali guadagni e al consumatore  la qualità del prodotto.
A  produrre mortadella, ci pensavano i salaroli, che si occupavano delle carni porcine salate, mentre beccari e lardaroli si occupavano delle altre carni non conservate.

salaroli

targa in vicolo dei ranocchi a Bologna

Tra i secoli XVII e XVIII era possibile trovare botteghe di salaroli in varie zone della città, nel 1788 erano 67.
I maiali utilizzati per la produzione di mortadella erano simili al cinghiale, di piccole dimensioni, 50-60 kg.

porcello

La macellazione cominciava l’ 11 novembre giorno di san Martino e terminava il 31 dicembre. La vendita della carni suine iniziava a Pasqua.
I controlli garantivano alti standard qualitativi che ne facevano un prodotto di eccellenza. Per la mortadella si utilizzava la parte migliore dell’animale e le parti meno pregiate, quali “longia”, lardo e prosciutti, non impiegate per la lavorazione, erano destinate ai poveri.
Da quanto risulta dallo ” scandaglio” ( misurazione di costi e ricavi di tutte le fasi di lavorazione ) nel 1762 si utilizzavano per produrre mortadella:
” libre 38 di magro, libre 13 bocconcini, pepe intero onze 3, formaggio di grana,once 9,e budelle per investire. Peso complessivo a crudo 52 libbre e stufata il 22 marzo 38 libbre, posto in vendita il 17 maggio, 33 libbre.”

 

Una stampa del 1691 di Giuseppe Maria Mitelli ci rivela l’aspetto di questo salume , intero e tagliato: Grosse fette di forma rotonda irregolare e lardarelli di grasso e pepe intero in grani
mitelli
Un poster del Museo Aldini Valeriani è interamente dedicato a banchetti famosi in cui compare questo nobile salume
1629 Con savoiardi e cantucci inzuppati nella Malvasia, lingua lessata, pasticcio di fagiano e prosciutto figura nel simposio di benvenuto allestito a Castel San Pietro per il cardinale Antonio Barberini nuovo legato di Bologna
8 luglio 1637 compare la mortadella di fegato di maiale altra pregiata versione del salume con pan di spagna e” mangiar bianco” negli antipasti del simposio organizzato in onore del cardinale Giulio Sacchetti a Rastignano.
8 settembre 1639 nel pranzo per i Tribuni della plebe tenutosi nel palazzo del comune, la mortadella viene proposta grattata con una grande grattugia a fori larghi e servita in coppe di vetro nel servizio freddo di apertura, con coppa spaccata e prosciutto.
1644 nel convitto offerto agli stessi Tribuni, la mortadella appare affettata adagiata su un letto di verdure e accompagnata da melone in ghiaccio, melograno, fichi, olive savoiardi e paste sfogliate.
Per tutto il ‘700 fu  presente negli antipasti, tra verdure, fiori di borragine frutta e salse varie.
Scene da banchetti eleganti sono rappresentate in quadri dell’epoca in cui la mortadella compare tra altri cibi raffinati, ceramiche e vetri preziosi . Dai dipinti si nota che. allora, l’insaccato aveva un colore rosso o rosa intenso ben lontano dal rosa pallido delle mortadelle attuali a dimostrazione della diversa qualità delle carni suine utilizzate.
Le immagini di dipinti raffiguranti mortadelle proposte dal museo, mi hanno ricordato la mostra ” Il cibo nell’arte” in corso a Brescia” e mi hanno fatto venir voglia di andare a cercare lì, altre immagini del prezioso salume. Non sono stata molto fortunata; ho riconosciuto la mortadella solo in tre quadri.
Eccovi le immagini della mortadella nell’arte,quelle del museo e quelle trovate a Brescia.

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Sebbene la mortadella fosse nato come  un prodotto squisitamente artigianale, seppe mantenere la sua fama anche con l’avvento dell’industria. Con l’unità d’Italia e il potenziamento dei trasporti ferroviari iniziò l’avventura della mortadella industriale
Verso la fine dell’ ‘800, entrare in un industria di produzione di mortadella significava vedere una quantità incredibile di macchine in azione: per pestare e ridurre la carne in una pasta finissima, per togliere ogni parte nervosa sfuggita al coltello, per triturare la cotenna di maiale operando in senso verticale con più coltelli, per tagliare i quadrelli di lardo da mettere nella mortadella, per macinare il sale o per tagliare 30 Kg di mortadella in un’ora a fette sottili come un foglio di carta.
Curiosità : un grandissimo impulso all’esportazione di questo salume, fu l’invenzione delle scatole per alimenti e fiorentissima divenne l’esportazione della mortadella in scatola. “Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, il salsamentario Alessandro Forni mette a punto un metodo per inscatolare la mortadella, superiore alla conservazione sotto vetro secondo il metodo Appert, da lui stesso introdotto nel 1862. Per ottenere una lunga conservazione della carne, le scatole vengono immerse a bagnomaria in vasche di acqua calda. Un foro praticato sul coperchio, poi sigillato con stagno, permette all’aria di uscire a bassa temperatura”.

Negli anni successivi la mortadella in scatola (normalmente in grosse fette da 250-500 grammi) avrà  un notevole successo commerciale, grazie anche alla pubblicità ottenuta dalle ditte bolognesi partecipando assiduamente alle fiere nazionali e internazionali, finché nel 1881 oltre il 65% della produzione sarà destinata all’esportazione, in Francia, Germania, Inghilterra, Turchia, Egitto e nelle Americhe.
Alla fine dell’ ‘800 il confezionamento alimentare a Bologna utilizzava la latta come contenitore avvolgente. In alcuni casi i contenitori venivano prodotti nelle aziende che li utilizzavano. queste scatole non venivano usate solo per conservare e spedire mortadelle e salumi , ma servivano per pomodori, terra di caucciù e lucido per scarpe. Negli ultimi decenni dell’800 venivano vendute 500.000 scatole di mortadella, circa 1500 quintali. Nel momento di massimo splendore, si pensa che la produzione possa essere addirittura arrivata a 2.000.000 di scatole e solo due imprese inscatolavano: Filippo Benfenati su commessa pubblica e con un suo brevetto del 1890 e i fratelli Nenzioni che producevano scatole bianche o cromo-litografate.
Alla fine dell’ottocento la produzione di mortadella era ripartita fra 70 imprese e 200 piccoli esercizi. Il settore dava da vivere a 1000 lavoratori tra stabili e stagionali.

Ma veniamo ai giorni nostri. Oggi la mortadella Bologna è prodotta secondo un ben preciso disciplinare che potrete leggere qui.

Vorrei ora soffermarmi sui valori nutrizionali di questo insaccato e su come si siano modificati nel tempo. Si tenga presente  presente che 1 g di proteine fornisce 4 kcal ( 16,7kJ), il valore sale a 9 kcal per i lipidi (37.7 kJ),  mentre 1 g di glucidi fornisce 3,75 kcal  (15,7kJ).

Sul Fidanza Liguori del 1984 si trovavano questi valori per 100 g di parte edibile di mortadella:
protidi 13,9g
grassi 39,9g
acqua 41g
  kcal 415 (1736 kJ)

Oggi la composizione chimica media della mortadella tradizionale, per 100 g di parte edibile, è:
protidi 12 g;

lipidi 33 g

umidità 52 g

kcal 345
per alcuni tipi di mortadella  i grassi scendono  al 28%
C’è uno sforzo notevole da parte dei produttori per ridurre il contenuto energetico di questo prodotto e, lavorando sulla scelta delle materie prime e sulle tecniche di lavorazione, il contenuto calorico si è notevolmente abbassato fino ad arrivare a 350 kcal e in alcuni prodotti, sono addirittura al di sotto delle 300 kcal.In ogni caso, come per la gran parte dei salumi, il problema della mortadella è l’alta percentuale di grassi e il fatto che il valore energetico dell’alimento sia, di conseguenza, estremamente sbilanciato verso i lipidi. Faccio un esempio ;

prendiamo la mortadella con 12 g di protidi e 28 g di lipidi
12×4 kcal = 48 kcal
28×9 kcal = 252 Kcal
sono 300 kcal totali, ma i grassi ne rappresentano ben l’ 84%!
Questo non demonizza il panino con la mortadella, ma non ne rende consigliabile  l’ uso giornaliero.
Una rosetta vuota con una fetta di mortadella sono circa 221 Kcal e può essere considerato un buon spuntino ( ho detto “rosetta vuota e una fetta di mortadella”, cari studenti e studentesse, e non  quelle “girelle” unte stracolme di mortadella che nascondete sotto il banco e divorate durante l’intera mattinata!)
Per ribadire il concetto, ecco la piramide alimentare: osservate con attenzione dove sono i salumi e qui troverete il valore delle porzioni.

piramide_520

piramide alimentare

Comunque, dopo questa tirata sui valori energetici della mortadella e, a dimostrazione della mia sfrenata ammirazione per Lucignolo, come conclusione di questo post, propongo una ricetta ipercalorica tipica della cucina bolognese ( gli ingredienti e le modalità di preparazione sono depositate alla camera di commercio come tutte le ricette tradizionali bolognesi).

ricetta depositata

spuma di mortadella

E, un po’ per via di Lucignolo, un po’ perché è un’ occasione per proporre un pizzico di scienza, vi mostro la rivisitazione della ricetta ( mi pare di capire dovuta al divino Massimo Bottura!), che prevede una modifica delle dosi degli ingredienti, ma soprattutto l’uso di questo particolare sifone che permette di utilizzare ossido di diazoto (N2O) per ottenere mousse perfette.nuovo-modello-sifone-isi-g

Ricetta salata: Spuma di mortadella

150 gr di mortadella
100 gr di panna
100g di ricotta fresca
1 cucchiaio Parmigiano Reggiano

Frullare finemente la mortadella. Unire la panna, ricotta, parmigiano e un pizzico di sale e pepe. Versare il composto nel sifone. Chiudere, inserire la cartuccia di gas e agitare Mettere in frigo e servire all’occorrenza. Si conserva per un paio di giorni.

Per scoprirne tutti i segreti vi mando sul blog ” La cucina scientifica di Moebius” di Davide Cassi e Chiara Albicocco
“Ero stufo di mousse pesanti e senza gusto. Grazie al sifone usato per montare la panna ho capito di aver trovato la macchina giusta per poter realizzare spume di verdure, frutta fresca e secca, erbe e spezie”. Così uno dei cuochi più apprezzati del mondo, Ferran Adrià, spiega la sua intuizione di utilizzare il sifone per rendere spumoso qualsiasi ingrediente mai montato prima. E’ il 1994. Questa data segna la nascita della cucina scientifica creativa e l’ascesa -non ancora conclusa- del celeberrimo chef, soprannominato ai tempi ‘Mister Sifone’”
Qualunque sia il modo che avete scelto per produrre questo antipasto, ricordate di dividerlo con almeno 12 invitati e …

buon appetito!

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Le pratiche inevase

LeviUna poesia di Primo Levi tratta  da ” Ad ora incerta “

Le pratiche inevase

Signore, a far data dal mese prossimo

Voglia accettare le mie dimissioni.

E provvedere, se crede, a sostituirmi.

Lascio molto lavoro non compiuto,

Sia per ignavia, sia per difficoltà obiettive.

Dovevo dire qualcosa a qualcuno,

ma non so più che cosa e a chi: l’ho scordato.

Dovevo anche dare qualcosa,

una parola saggia, un dono, un bacio;

Ho rimandato da un giorno all’altro. Mi scusi,

Provvederò nel poco tempo che resta.

Ho trascurato, temo, clienti di riguardo.

Dovevo visitare

città lontane, isole, terre deserte;

le dovrà depennare dal programma

O affidarle alle cure del successore.

Dovevo piantare alberi e non l’ho fatto;

costruirmi una casa,

forse non bella, ma conforme a un disegno.

Principalmente avevo in animo un libro

meraviglioso, caro signore,

che avrebbe rivelato molti segreti,

alleviato dolori e paure,

sciolto dubbi, donato a molta gente

il beneficio del pianto e del riso.

Ne troverà la traccia nel mio cassetto,

in fondo, tra le pratiche inevase;

Non ho avuto tempo per svolgerla. E’ peccato,

sarebbe stata un’ opera fondamentale.

 

19 aprile 1981

 

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Escher a Bologna

escherMolto prima che gli uomini  comparissero sulla terra i cristalli stavano già formandosi sulla crosta terrestre. Un giorno o l’altro, un essere umano si imbatté per la prima volta in uno di questi scintillanti esemplari  di regolarità  per terra,  o ne ruppe uno con qualche suo strumento di pietra, e, quando questo cadde rotto ai suoi piedi, egli lo raccolse, lo osservò nella sua mano aperta e rimase stupefatto.

M.C. Escher-  Passi verso l’infinito–  tratto da Il mondo di Escher- Milano 1978

Erano i primi anni di Università quando, tra i lucidi di una lezione di mineralogia, comparve questa immagine.i cavalieri di Escher

Fu amore a prima vista e da quel momento  cominciai a cercare notizie sull’autore, ma dovetti  aspettare qualche anno ( allora non c’era internet!)  prima di poter finalmente vedere le altre  opere di Escher, anche se solo riprodotte in un libro ( il mondo di Escher). Da allora, la magia di quell’ incredibile  artista non ha mai smesso di affascinarmi e non mi perdo una sua mostra ( non è vero: ancora mi mangio le mani per essermi lasciata sfuggire, nel 2000, quella organizzata dal dipartimento di matematica nella Biblioteca Universitaria di Bologna!).

Oggi quindi, sfidando la pioggia e il vento di tramontana, sono andata a vedere le opere di  Escher proprio qui, nella mia città, nel bellissimo palazzo Albergati di Bologna. E la mostra non mi ha delusa. E’ allestita benissimo: i gli aspetti scientifico/psicologici dell’arte di Escher sono sapientemente trattati  e tutto è predisposto per incuriosire e sorprendere il visitatore.

Assolutamente necessario vederla! E’ aperta tutti i giorni, lunedì compreso dalle 10 alle 19.

Tra l’altro, attualmente a Bologna è in corso anche un’altra bellissima mostra, a Palazzo Fava

” Da Cimabue a Morandi. Felsina pittrice”

con pezzi veramente spettacolari .

Che aspettate? Bologna è bellissima sempre:  in questo periodo assolutamente imperdibile.escher

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