Fondazione Magnani Rocca

tavola1465“Il tempo è orribile, ma non gli permetterò di rovinare lo sprazzo di vacanza pasquale che  a colpi di machete mi sono conquistata nella intricata foresta degli impegni famigliari.”

Così pensavo mentre con mio marito percorrevo l’autostrada in direzione di Parma. Meta: la mostra di Paul Delvaux  alla Fondazione Magnani Rocca.

All’arrivo, il muro di cinta, che emergeva da una grigia nebbiolina, aveva il sapore di un miraggio: niente macchine, niente voci,  solo, nell’aria,  suoni di uccelli sconosciuti. Niente di sbagliato però: la Fondazione era aperta. Subito la stanchezza che mi portavo dentro dopo interminabili giornate tra treni e urla di adolescenti mi ha lasciato. Arte, silenzio, alberi secolari sarebbero stati i miei compagni in quella mattinata di fine marzo che immediatamente non mi parve più  nebbiosa ma piuttosto un delicato insieme di freddi grigi opera della tavolozza di uno sconosciuto artista nordico.

Poi, come in un sogno,  i capolavori proprietà della Fondazione mi hanno avvolto e stregato lungo il percorso che conduce alle sale dedicate alla  mostra.

Una mostra che inizia con opere di surrealisti quali Magritte, Ernst, De Chirico, libri rari  e incredibilmente belli (come Apollinaire illustrato da de Chirico)  e prosegue con una selezione di opere che tracciano un percorso tra i diversi stili pittorici  di un Delvaux alla ricerca del proprio linguaggio artistico.

Ecco quindi i paesaggi, intricate foreste nordiche, o severe marine senza azzurri,  con navi che soffiano fumo e giochi di ocra e ardesia  che preannunciano i futuri capolavori dedicati … alle stazioni. Già, Delvaux ha trattato in modo particolare il tema della stazione, riuscendo  a darne un’immagine così assolutamente realistica,  ma al tempo stesso affascinante e misteriosa, da essere nominato capostazione onorario della stazione di Louvain -la Neuve, da lui più volta dipinta.

E poi le donne, tema ricorrente ed ossessivo, quasi sempre elegantemente nude, ma tavola1466enigmatiche come le atmosfere che le avvolgono. Infine gli scheletri inquietanti  protagonisti di molte sue opere.

Ho guardato e riguardato i quadri che più mi hanno affascinato: si poteva fare, non c’erano visitatori e,  in modo egoistico,  ho gustato ogni attimo della mostra  come piace a me, in silenzio, senza il vociare delle guide che trascinano decine di visitatori, senza essere circondata da quelli con  le  cuffie che  a due metri dai quadri ascoltano senza guardare.

Mi auguro però che la carenza di visitatori sia solo  un fatto temporaneo, dovuto al tempo decisamente poco invitante, perchè una mostra come quella  DEVE essere vista ASSOLUTAMENTE.  Ognuno dei tesori della Fondazione, poi,   merita  da solo una visita: le magnifiche incisioni di Dürer, le sale dedicate a Morandi,  o a Cezanne sono solo alcune delle opere meravigliose che qui si possono trovare.

E se proprio l’arte non interessa (!) il parco con i suoi splendidi, enormi alberi secolari non può passare inosservato.

Era meraviglioso anche così, con un po’ di nebbia,  quelle goccioline che brillavano sui rami e nell’aria armonie di uccelli sconosciuti.

traversetolo

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prof. di chimica
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