Divulgazione: divagazioni

Perfetto: divulgazione fuori dai patri confini.  Che magnifica occasione per  esercitarmi  nello sport preferito dai politici e non solo. Parlare diffusamente di cose di cui non so nulla. In effetti non ho la più pallida idea di quali siano le tecniche di divulgazione della chimica all’estero,  se si eccettua il fatto che la maggior parte dei libri a carattere divulgativo, che possiedo sull’argomento, hanno firme di autori stranieri, che tutte le animazioni  e le seppur discutibili pillole di scienze, che si trovano su YouTube sono in inglese. Un’ analisi decisamente superficiale di questi fatti ,  potrebbe mettere in luce una maggiore disponibilità ad investire in scienza in paesi anglofoni ,  ma non ho dati certi e quindi non ho parole.

Voglio invece affrontare l’argomento da un’altra angolazione : voglio parlare di efficacia della divulgazione secondo me. Secondo me: anche in questo caso, infatti , non ho individuato indicatori, non ho aggiornate ( e per la verità neppure antiquate) statistiche e tutto si basa sull’esperienza , quella che vivo su questa pelle di insegnante di chimica ovvero “individuo che si deve ogni giorno confrontare con la duplice difficoltà di essere insegnante e con la circostanza aggravante  di chimica

la professoressa di chimica

la professoressa di chimica

Qui c’è un problema: non vi pare?  Come potremmo definirlo? Che ne dite di

“ cattiva percezione della scuola e della chimica.”

Sicuramente ci sono e ci sono stati in passato errori gravissimi, che hanno contribuito alla nomea  del binomio in questione e  portato  alla delegittimazione del sistema scuola  da una parte e alla percezione di scienza chimica e uso indiscriminato della stessa,  come un tutt’uno:  Chimica è stato  e purtroppo ancora è, in Italia, sinonimo di disastro ambientale.

Non voglio però incastrarmi in queste considerazioni : mi permetto invece di prendere il discorso alla lontana.  Partirò dalla figura di un grande italiano, filosofo e matematico, che purtroppo pochi conoscono e  proprio  alla mancata diffusione del suo pensiero attribuisco l’inizio di  tutti miei guai.

Incontrai Enriques per caso : su un banchetto di libri usati spiccava un  Via d’Azeglio 57  di tavola1491Giovanni Enriques. Se il nome dell’ autore ( scoprii poi che era il figlio del matematico) non mi diceva niente, il titolo mi riconduceva nella casa in cui avevo vissuto da bambina a Bologna. Comprai il libro e  seppi così che, una sessantina di anni prima di me,  era vissuto in quello splendido palazzo di via D’Azeglio a Bologna,  Federigo Enriques ,  matematico

( Lui in uno dei bellissimi appartamenti dei piani nobili, io in due  oscure stanzette al piano terra: mia mamma era la portinaia).

Naturalmente incominciai a cercare suoi libri e articoli che parlassero  di lui .

tavola1492E fu così che scoprii che tutto sarebbe potuto essere diverso  per la scuola e per la cultura italiana, se il suo pensiero fosse stato vincente, se parlando di scuola oggi , ci si potesse riferire a una riforma Enriques  e non  a quella Gentile!

“I nuovi programmi, introdotti da Gentile,  stabilivano una gerarchia delle materie, che attribuiva una posizione di preminenza all’italiano e al latino davanti a storia e

Federigo Enriques

Federigo Enriques

filosofia, mentre le discipline scientifiche, simili a “valletti”, dovevano accontentarsi dell’ultimo posto anche nel liceo scientifico. L’incapacità o il rifiuto di Gentile di riconoscere l’importanza della formazione scientifica per lo sviluppo della società industriale portò a una delle più fatali debolezze nella concezione didattica dell’opera di riforma, destinata a perpetuarsi anche dopo la fine del regime”.

Le cose sarebbero andate ben diversamente se  fossero  stati la figura di Federigo Enriques e il suo pensiero ad uscire vincitore nella conquista della tavola1490leadership  della cultura italiana, contrapponendosi all’egemonia nascente della coppia Croce Gentile. Se avesse vinto Enriques,  nei licei scientifici non si insegnerebbe latino e non  si dovrebbero disegnare capitelli. Vediamo i fatti .

Nel 1906 Enriques  pubblica la sua opera più impegnativa dal punto di vista scientifico e filosofico “Problemi della scienza”. Questo volume è la piattaforma filosofica  del movimento che   Enriques intende promuovere creando istituzioni, movimenti e organizzazioni. Una di esse è la rivista “Rassegna di Scienze” che presto prenderà il nome di “Scientia”,  un ‘ altra è l’istituzione della Società Filosofica Italiana.

Nel 1905 Einstein pubblica la nota che fonda la relatività ristretta,  nello stesso periodo Lenin pubblica “Materialismo e empiriocriticismo” ed esce la Logica di Croce. E’ un momento in cui i fondamenti del sapere scientifico e filosofico , vengono messi in discussione con opere di grande rilevo. L’attività di Enriques, giovane professore, è al’epoca molto intensa. Nel 1906, il primo congresso della società filosofica italiana si tavola1494conclude con l’invio al ministero della proposta di una facoltà di filosofia con l’accesso alla laurea in filosofia per   coloro che avessero un percorso scientifico. Inoltre chiedeva la fondazione di cattedre di psicologia sperimentale, insisteva sulla necessità di integrare  e riformare l’insegnamento della filosofia nei licei. Erano in discussione non soltanto il concetto di scienza, il concetto di realtà o problemi esclusivamente filosofici- tempo, spazio, materia- ma l’organizzazione della cultura italiana nei suoi vari gradi.

Enriques ha la sensazione che si stia vivendo un periodo particolarissimo della scienza, un periodo in cui la scienza non soltanto progredisce, ma apre nuovi orizzonti, conosce ribaltamenti e rivoluzioni, sente quindi la particolare rilevanza della scienza nella cultura e nel pensiero in generale.

E  iniziano gli attacchi Croce- Gentile.

Il primo è Gentile:  nel 1908, nel suo “ Critica”, attacca la rivista “Scientia” sostenendo che una rivista così, che nasce per raccogliere contributi di scienziati di varie specializzazioni, “ non può incoraggiare se non il dilettantismo scientifico. Per gli scienziati devono bastare  le riviste specializzate: i matematici scrivano su riviste di matematica, i biologi di biologia . Sono tutte solo tecniche, il vero pensiero filosofico è a esse estraneo.

“Tutti i vagheggiamenti di una filosofia scientifica, volendosi orientare nella scienza, cercano il centro, per dirla con Bruno, discorrendo per la circonferenza: facendo filosofia scientifica, non si scontrano mai con la filosofia.”

 Poi tocca a Croce, ancora più categorico:

Nella Logica infatti, nega ogni carattere di conoscenza a, di cultura, alla scienza parlando di un suo  scopo pratico e non conoscitivo.

La polemica esploderà nel 1911-1912 quando Enriques organizzerà a Bologna nell’aprile del 1911, il IV congresso internazionale di filosofia: un’ operazione culturale di grandissimo rilievo. Diamo un’ occhiata ad alcuni dei relatori:

Henri Poincarré parla dell’evoluzione delle leggi,

Paul Langevin del problema dello spazio e del tempo,

Ostwald e Arrhenius parlano di chimica fisica,

C’è poi Peano nella sezione di logica.

Ci sono Boutroux,

Vaihinger (filosofia del come se),

Bergson,

ci sono il frate  Agostino Gemelli ( fondatore dell’università cattolica del Sacro Cuore)

e Giovanni Amendola, libero religioso

Perché Enriques vuol dare voce a tutti.

Croce stroncherà questa iniziativa con le parole” Si addossa le fatiche dei congressi dei filosofi , meritorie quanto sarebbero meritorie e disinteressate le mie, se organizzassi congressi di matematici”

Enriques vedeva in questa polemica,  celata sotto la critica di abusi filosofici, un tentativo di escludere, una dopo l’altra, le questioni più interessanti che concernono il pensiero e la vita.

Purtroppo Enriques e il suo pensiero furono sconfitti: la coppia Croce  e Gentile   e con loro la corrente neoidealista,  ebbe il sopravvento  e  nel 1923 ci sarà la riforma Gentile caratterizzata dal primato dell’umanesimo letterario e in particolare dell’umanesimo classico.  Tutte le istituzioni culturali saranno improntate  al primato delle lettere, della filosofia, della storia. Non esistono nelle università cattedre di logica matematica, epistemologia, di psicologia. Tutte le istituzioni sono prevalentemente storico letterarie.

Enriques dal ’22 al ’35 vedrà molto limitato il suo campo d’azione . Cercherà comunque di non dedicarsi esclusivamente alla matematica e si impegnerà nella didattica delle scienze. Nel 38 le leggi razziali lo espelleranno dall’insegnamento. e il divieto ai non ariani di pubblicare libri gli impedìrà  di far uscire in Italia scritti con la sua firma ( dovrà usare il nome di Adriano Giovannini per pubblicare sul Periodico di matematiche da lui fondato).

Voglio riportare alcune righe di Lucio Lombardo  Radice che, a proposito della sconfitta di Enriques ,dice

“ …La Critica a Napoli, Scientia a Bologna e Milano. L’Italia era allora ancora più divisa di oggi. Diversamente da oggi prevaleva una struttura economica di tipo arretrato. C’è la monarchia, c’è il meridione con i suoi áscari in parlamento; il Blocco agrario meridionale trova in croce e gentile la sua espressione culturale. E’  questa Italia agraria, monarchica, arretrata, a prevalere su un Italia in formazione, quella degli scienziati, dei tecnici, degli imprenditori ancora debole, e che stenta a trovare un legame con il nascente movimento operaio. Turati, Treves, Prampolini, sono molto legati a una cultura di tipo positivistico sia pure più semplice e ingenua di quella di Enriques.  Andrebbero approfonditi i motivi di fondo, strutturali, per cui la battaglia fu vinta dal neoidealismo , con una forte restrizione del concetto di cultura in Italia, e con un restringimento di quella cultura europea, che Enriques aveva tentato di dare nei suoi anni più felici.”

E dopo questa passeggiata nel passato, con qualche rimpianto per quel che sarebbe potuto essere, torniamo qui, nel 2013, ben lontani dai problemi di razza ( o no?), ma con sostrato culturale  marchiato in modo indelebile da quella riforma. Le riforme successive hanno  infatti registrato un commovente impegno ad abbassare il livello  culturale generale ( che era,  a onor del vero, altissimo, almeno per quanto riguarda le materie letterarie) rendendo il sistema scuola forse più economico, sicuramente inefficiente e senza  mai sradicare l’impostazione  Gentile, ora di religione cattolica compresa.

Il risultato di tutte queste operazioni,  è un italiano medio  con parecchie difficoltà nell’uso della lingua italiana, sia parlata che scritta e  difficoltà insormontabili con i conti ( euro docet),  ma  che, mentre  non ammetterebbe MAI lacuna alcuna  su Dante e la sua opera, si vanta, senza traccia di vergogna “ di non avere mai capito nulla di matematica, di fisica e soprattutto di chimica”.

Questo è quindi il sostrato,  la folla destinataria  della divulgazione,  come suggerisce l’etimologia della parola

dis  dispersione   vulgare  da volgo  quindi “spandere tra la folla” .

Se si vuole poi  esplicitarne  anche il significato, divulgare diventa:

“Rendere comprensibili ad una vasta cerchia di persone concetti artistici, letterari o scientifici esponendoli in modo semplici e chiaro”.

Si supponga ora di mostrare l’immagine di questo  strumento :

114375626671_distillatore_etanolo

Un bambino e un chimico vedrebbero la stessa cosa  osservando un distillatore?

Sì e no. nel senso che sarebbero visivamente consapevoli del medesimo oggetto.  No in quanto il modo in cui ne sono visivamente consapevoli è molto diverso. Vedere non consiste solo nell’avere un’ esperienza visiva, ma anche nel modo in cui si ha questa esperienza.

E ancora: a scuola,  il chimico avrà avuto modo di vedere questo strumento. Ora , dopo anni di università e di ricerca il suo sguardo si posa di nuovo su questo oggetto. Possiamo dire che egli vede ora ciò che vedeva allora?

Egli vede ora le cose in termini di soluzioni,fasi,  temperature critiche, proprietà colligative e via dicendo. Inoltre è in grado di descrivere esattamente quello che vede, di attribuire nomi alle immagini, di dare un significato all’oggetto.

Ora se il nostro chimico,  espertissimo in distillazione, volesse divulgare le sue conoscenze e organizzasse una conferenza dal titolo ” La grappa in alta val Brembana”o Alchimia e chimica” e via dicendo, dovrebbe

  • essere in grado di richiamare l’attenzione della folla su quell’ oggetto (per i più privo di significato),
  • avere coscienza, che il pensiero scientifico segue meccanismi che non sono innati e ciò che per lui è naturale per la folla non lo è,
  • che a volte i linguaggi specifici sono così specifici da sembrare assolutamente intraducibili.

dovrà  quindi elaborare una serie di tecniche  per rendere i significati i più chiari possibile.

Certo il suo lavoro sarà facilitato dalla disponibilità all’ascolto della sua folla, e sicuramente in questo sarà avvantaggiato  se una parte degli uditori avrà reminiscenze di studi passati , che non abbiano  sembianze di incubi nel riemergere. O forse, perché il suo intervento abbia successo sarà sufficiente  che, chi ascolta  abbia la sensazione  che saperne di più sul fenomeno in questione possa aprire i suoi occhi su un pezzettino di universo mai esplorato  e regalargli nuove meraviglie.

Tutto questo discorso per dire: su quale tipo di folla  la divulgazione avrebbe più successo? ( e c’è poi una folla?)

Ci sarebbe differenza tra un  sostrato  educato alla scienza e un altro con idee poco chiare in proposito?

E continuando

Prendendo un inglese un italiano , un americano e un indiano educati nei rispettivi Paesi ,  impiegati di pari grado nelle filiali della stessa banca  nelle capitali delle loro Nazioni

  1. come descriverebbero l’immagine di un distillatore
  2.   come lo descriverebbero dopo aver assistito alla conferenza dello stesso chimico nella loro lingua?

Insomma,  non so come venga  affrontato realmente il problema della divulgazione scientifica negli altri paesi . Ho però  il sospetto che nel nostro Paese si  fatichi  a raggiungere gli obiettivi per diversi motivi tra i quali sottolineo:

  • il fatto che   il messaggio arrivi in modo efficace a un ristretto pubblico, quello  già  educato,
  • una forte concorrenza di cattiva scienza, che ha buon gioco su un sostrato fragile e quindi facile da manipolare.

Occorrerebbe quindi  un deciso lavoro di costruzione di una coscienza scientifica di massa, coinvolgendo scuole, centri di ricerca, associazioni scientifiche in modo coordinato  e continuo.  Non credo però ci siano né le disponibilità economiche,  né,  soprattutto, la volontà politica di intraprendere seriamente questa strada. Meno si sa di scienza e più potere rimane a chi ha in mano le sorti di questo Paese ormai stremato ( si pensi alle questioni, OGM, Stamina, vaccini e via dicendo).

Fonti

Giovanni  Enriques- Via d’Azeglio 57- Zanicheli 1983

Lucio Lombardo Radice: Federigo Enriques nella cultura italiana del Novecento- tratto da Approssimazione e Verità – Livorno 1982

Questo post partecipa al 30° Carnevale della chimica sul blog La divulgazione della chimica in Italia e nel mondo

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11 risposte a Divulgazione: divagazioni

  1. Marco ha detto:

    Troppo buone.
    E comunque c’ho un bel po’ di difetti anche io… ma li nascondo bene🙂

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  2. marisamoles ha detto:

    Intervengo nuovamente e mi scuso se così in ritardo (sperando che Marco abbia chiesto la notifica dei commenti).
    Visto che è stato tirato in ballo, il discorso PNI è completamente diverso perché le ore di matematica, in questa vecchia sperimentazione, sono comunque maggiori rispetto al piano ordinario. Io ho una classe di PNI (in verità ne ho avute numerose ma di quest’ultima voglio parlare), una IV che sto portando avanti dalla prima e il prossimo anno porterò alla maturità. Il livello è decisamente più alto rispetto ai corsi base, però anche qui c’è stato e c’è chi arranca, anche in matematica e fisica. Fino a due anni fa (fino in III, per capirci) la situazione era disastrosa. I ragazzi, molto volenterosi, non erano contenti dell’insegnante che avevano, ritenendo fosse impreparata per quel tipo di corso, e dopo numerose proteste sono riusciti, in IV, ad ottenere un altro docente. Nonostante il promo approccio non sia stato dei migliori, in quanto erano fin da subito emerse gravi lacune nella preparazione, anche dei più bravi, piano piano la situazione è migliorata fino all’eccellenza per qualcuno (gente che ha fatto tutto l’anno gare di matematica, vincendone alcune, a livello nazionale e un ragazzo, addirittura, è stato selezionato per uno stage estivo, completamente gratuito, all’università Luiss di Roma).
    Per quanto riguarda le scienze, l’insegnante non si è mai lamentato ma, anche prendendo in esame la situazione delle altre mie classi, ho l’impressione che l’insegnamento sia molto all’acqua di rose, il livello piuttosto basso e i voti decisamente alti. Insomma, per essere un liceo scientifico, sento molti ragazzi preoccupati per Latino (ma anche per matematica!) e nessuno teme il debito in scienze. Ci sarà un perché.
    E veniamo alle mie materie. In Italiano e Latino ci sono delle eccellenze, in questa classe, ma si tratta di altri allievi rispetto a quelli che si distinguono nelle materie scientifiche. Questa situazione (soprattutto per quel che riguarda il latino, poco conosciuto a livello linguistico perché c’è la diffusa e insana abitudine di scaricare le traduzioni da internet) mi ha turbata non poco durante l’anno. Diciamo che è stata per me una grande delusione vedere in molti quella mediocritas (per nulla aurea, magari!), quell’accontentarsi del minimo, quella poca voglia di impegnarsi nello studio delle mie materie … una situazione per me tanto più “dolorosa” proprio perché ho voluto fortemente portare avanti dalla prima questa classe, in cui mi trovavo molto bene, contro il parere dei colleghi che, invece, ritengono sia meglio lasciare che gli allievi se la vedano con altri insegnanti nel triennio.

    Tutto questo per dire che a volte si parte dal presupposto che al liceo scientifico si debbano studiare bene solo le materie scientifiche (così come al classico si dà per scontato che studiare matematica sia come fare religione, o poco più), perdendo di vista il valore formativo del liceo in sé, qualsiasi liceo, proprio perché i licei aprono le porte dell’università. Però sempre più spesso mi capita di vedere che le scelte successive sono davvero poco scientifiche.
    Perché? Un po’ dipende dagli studenti, molto di più dai docenti ma soprattutto una grande responsabilità è da attribuire alla scarsissima convinzione con cui i ragazzini in terza media scelgono la scuola in cui continuare gli studi. Io mi occupo anche dello sportello d’ascolto (il CIC) e la maggior parte delle volte, quando chiedo il motivo della scelta, specie nell’ambito del ri-orientamento, le due risposte più gettonate sono: “Non sapevo cos’altro fare” e “i miei genitori hanno deciso così”.
    Su queste due risposte bisognerebbe soprattutto riflettere.

    Scusa se sono stata, come al solito, prolissa.
    Buona giornata …. caldissima!😦

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    • Marco ha detto:

      @ marisamoles
      Notifica impostata. Rispondo quindi volentieri al tuo commento.
      In realtà, più che risposte, vorrei dire che sono assolutamente d’accordo con tutto quello che hai scritto e che alcune delle cose che tu scrivi anche io le ho riscontrate dall parte opposta, ovvero quella dell’alunno. In particolare parlo di quella non bella sensazione da parte dei ragazzi “più volenterosi” di ricevere una preparazione “non sempre adeguata” alle proprie curiosità ed esigenze. Quel senso di livellamento didattico “democratico” più che giusto (per esigenze varie) ma che in qualche modo nuoce e tende a spegnere la passione di chi avrebbe bisogno di qualcosina in più perché magari “più portato” (forse) più interessato (sicuramente). E allora che si fa? Se da alunno davvero senti che potresti chiedere di più, prima provi ad ottenerlo in classe, poi, se la cosa è davvero impossibile, ti auto-informi, cerchi, leggi, approfondisci; in qualche modo provi a non spegnere la fiaccola della curiosità e della passione.
      Il vero problema (PNI o meno) sta proprio nella parte finale del tuo commento: perché si decide per il liceo scientifico? Se le motivazioni principali addotte sono quelle che tu descrivi, capisco bene la difformità di preparazione che si ritrova nelle classi. Non perché lo Scientifico deve essere scelto solo da chi ha già una buona predisposizione (che comunque non fa male), ma comunque va scelto con cognizione e soprattutto perché davvero certe discipline interessano. Se c’è l’interesse e la passione, le lacune si superano; a 14 anni si è ancora all’inizio del proprio percorso formativo.
      E un’ultimissima cosa sull’Italiano:
      Non c’è scientifico che tenga. Non c’è istituto professionale che tenga…
      L’italiano, per me, non è una disciplina, è una necessità. E’ quella cosa che ti insegna a comunicare, ad esprimerti, ad ascoltare. Che poi si parli di Dante o di Newton poco importa. Viviamo in una società; l’uomo è un animale sociale e anche fosse un genio della Fisica o della Chimica, se poi non sa come comunicare per condividere le proprie conoscenze, per migliorare la cultura generale di tutti, a poco servirebbero le sue scoperte.

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  3. Marco ha detto:

    Solo per dire che l’articolo “l’ho sentito”, nel senso che traspare un reale coinvolgimento emotivo e passionale nei confronti dell’argomento “divulgazione” e quelle che tu hai definito divagazioni sono invece interessanti considerazioni. Ecco, sarà che nel divulgare le scienze forse non fa male metterci un po’ di reale passione?

    PS:
    ora so anche con chi prendermela se al liceo ci hanno fatto disegnare capitelli e ci hanno fatto fare nel biennio lo stesso sumero di ore di Latino e Matematica e, lo scorso anno (IV), 3 di L. e 5 di M. (da considerare che vado con la vecchia riforma e mi sono salvato, un po’, solo perché ho scelto il PNI). La Chimica poi… solo dal IV per lasciarla quest’anno per Geografia Astronomica.
    E lo chiamano Liceo Scientifico.

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    • spanni ha detto:

      e’ vero, sento molto l’argomento didattica e divulgazione delle scienze perchè credo che ci siano cose che BISOGNA sapere se si vuol vivere sapendo di farlo.
      E non parliamo della chimica e di come viene trattata nella scuola!
      Per fortuna poi ci sono studenti come te che, ne sono certa, sanno trarre preziosi insegnamenti anche dai capitelli, ionici o corinzi non ha importanza🙂

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      • Marco ha detto:

        Assolutamente, anche i capitelli hanno la loro importanza e sono testimoni silenziosi di culture da cui si può e si deve imparare. Certo, qualche capitello di meno e più argomenti e materie scientifiche non mi sarebbero dispiaciute, non fosse altro che poi alla fine, in un mondo globalizzato e senza frontiere, a noi ci toccherà confrontarci con ing-dott-math-fis-chim. di altre nazioni che, molto probabilmente Silvia (l’amica dei Leo ☺) non la conoscono ma in compenso hanno una preparazione scientifica , forse, migliore della nostra. Poi però non ci sono scusanti che tengano: quello che gli altri (per 10milamila motivi) non ci hanno dato, occorre che ce lo andiamo a cercare per conto nostro. Quando toccherà a noi non potremo nasconderci dietro un: “si, però a scuola…, in Italia purtroppo…

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  4. Pingback: Segnalazioni Scientifiche Calde Dal Web -1 | CascataNewsCascataNews

  5. marisamoles ha detto:

    Articolo interessantissimo. Solo una cosa vorrei dire: il latino nei licei è utile, anche in quello scientifico. E non lo dico io che lo insegno, lo dicono anche uomini di scienza che hanno frequentato il liceo classico, dove le materie scientifiche non sono approfondite (per inciso, la chimica per me era la bestia nera, ma mi rendo conto che la mia professoressa non era in grado di insegnarla). Ne ho parlato in questo post: http://marisamoles.wordpress.com/2008/10/09/lo-studio-del-latino-e-sempre-utile-parola-di-uno-scienziato/

    Io insegno allo scientifico e posso dire che ho appoggiato la riforma della Gelmini (tanto criticata solo per i tagli) perché rispetto ad un tempo ora questo liceo è molto più scientifico. Ritengo corretto anche che abbia lasciato il latino, seppur con un monte ore decisamente ridotto, ma d’altra parte non era nemmeno normale che in seconda si facessero 4 ore di matematica e 5 di latino alla settimana.
    Purtroppo, però, devo dire che gli allievi sono sempre poco preparati nelle materie scientifiche. Ho avuto degli studenti che poi si sono iscritti a Lettere o Filosofia e anche questo non è molto normale.

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    • spanni ha detto:

      Grazie, grazie per l’apprezzamento. Per quanto riguarda il latino sono dell’ idea che è ora di incominciare a pensare che non è la sola materia ad avere un forte valore formativo! é secondo me indispensabile che il pensiero scientifico sia rivalutato anche nel nostro paese e che si smetta di pensare che un individuo è colto solo se conosce Catullo a memoria e poco importa che non sappia nulla di infinito ( che non sia di leopardiana memoria). Quando ripenso alla mia formazione classica ( che non rinnego!) mi rendo conto che se non avesi seguito la mia curiosità e non avessi scelto il salto nel buio ( perchè dopo un liceo classico la mia scelta solo così si può definire) di una facoltà scientifica, fortemente tecnologica come Chimica Industriale, ora avrei una preparazione zoppa e insufficiente a muovermi in modo consapevole nei meandri del mio tempo. Mi preoccupa l’aumento di ragazzi con fortissimi problemi nelle materia scientifiche ( che a quanto mi dici non esitano però ad iscriversi a un liceo scientifico!) e mi indigna che la cosa, ormai palese, non susciti preoccupazione, non scateni una meticolosa ricerca di cause con i conseguenti tentativi di porvi rimedio. Mi indigna anche la conoscenza ridicola della lingua italiana che rende quasi impossibile l’uso autonomo dei libri di testo. Mi indigna la scuola, che invecchia e s’impoverisce nonostante gli sforzi, ormai epici , degli insegnanti, Don Chisciotte costretti a lottare contro mulini azionati dal vento, diventato ormai un tornado, dell’ignoranza e della conseguente maleducazione e supponenza.

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