Confini

Presentazione:

questo è un racconto, ma è anche unpodichimica. 

giardini levante 436

Confini
Aveva finalmente lasciato la parte frequentata dell’isola  e le voci umane erano ormai completamente sopraffatte dallo sciacquio delle onde e dagli urli dei gabbiani. La sabbia ora conservava le lievi increspature dono delle onde, e in alcuni punti  spuntavano preziosi mosaici di conchiglie arricchiti da frammenti di vetri, tessuti, plastiche,  ombre di ricordi sciolti in mare e poi solidificati lì, sulla sua spiaggia. Era arrivata in quel punto quasi correndo, ma ora  camminava lentamente assaporando ogni sensazione, captando ogni  variazione di suono o di odore  che annunciasse il traguardo.  Ecco: Il rumore del mare si stava tramutando nel silenzio del fiume , l’aroma pungente dell’aria  si tingeva  delle note dolciastre, che ha la vita quando è alla fine del suo percorso.  Ebe era arrivata: quello era il confine. Lì il fiume incontrava il mare.
Cercò  di individuare la linea di separazione delle due acque , tutti  i punti in cui la schiuma delle onde si disperdeva nell’acqua  calma del fiume e poi si fermò lì, seduta sulla sabbia umida  e  lasciando che l’acqua di confine le bagnasse i piedi.
Le sembrava così di percepire il fluire dell’energia, che veniva dissipata in quell’infinito abbraccio. E immaginava  che il suono dell’infrangersi delle onde, proprio in quel punto divenuto silenzio, fosse l’urlo di liberazione  delle miriadi di  particelle di  sale che sfuggite all’ordine in cui erano costrette dal affollamento  delle acque marine , si tuffassero nelle acque deserte del fiume correndo da ogni parte e disperdendosi, in un ammutolito stupore,  in tutto quello spazio.
Ebe pensò con un brivido, all’enorme  quantità di energia liberata da una semplice unione:
mescolanza di due soluzioni a diversa concentrazione di sali, quali sono, in una visione decisamente prosaica, il fiume e il mare. Niente calore, niente reazioni chimiche solo perdita d’ordine. Questo pensiero incominciò a vagare dentro di lei, a intrecciarsi con altri pensieri, a confondersi con altre sensazioni.
E  così, mentre  si lasciava galleggiare nel fluido delle idee , si sentì afferrare  e risucchiare da una forza alla quale non poteva opporsi : il grido si spezzò  e come negli incubi più terribili non usci dalla gola mentre il suo corpo era paralizzato .
Si trovò in mezzo ad una folla che non si accorgeva di lei, i cui componenti, rimanendo vicinissimi tra di loro correvano, correvano, correvano verso mete sconosciute in  un’apparente anarchia. Il caldo era insopportabile ed Ebe si chiese se quello non fosse per caso l’inferno , un luogo in cui si doveva eternamente fuggire o cercar di raggiungere una meta diventata ormai lontana e sconosciuta.
Calmato il battito del cuore, cominciò  ad osservare quello che le accadeva intorno, anche perché si accorse di essere invisibile agli abitanti di quel mondo e di non poter interagire con loro: provò allora a correre con un gruppo di individui che sembrava avere le idee più chiare di altri, ma decise quasi subito di fermarsi e aspettare. Sentiva un po’ meno caldo e le pareva anche che quella strana massa esagitata avesse rallentato il ritmo della  folle corsa. Le parve anzi che alcuni di loro, stremati, si fossero appesi a piccoli appigli, invisibili fino a quel momento e  incominciassero a cantare una specie di incomprensibile mantra.
“ENIDROL REPAI GRENE”
Come sirene, appostati in punti diversi di quell’assurdo posto, ripetevano l’enigmatica frase,  ognuno con  tonalità diversa  e,  come  sirene,  esercitavano una fatale capacità di attrazione.  I corridori senza arrivo,  videro il loro traguardo e orientarono la loro corsa  verso  quel  canto irresistibile ammassandosi intorno ai centri di attrazione. Ben presto tutti trovarono  il loro motivo di aggregazione ed Ebe fu testimone della trasformazione di quel luogo, disordinato e anarchico,  in un insieme  di piccoli regni  di diverse dimensioni e orientazioni,  formati da  individui fortemente legati fra loro da uno scopo comune: occupare tutto lo spazio nel modo più compatto possibile. Un ossessivo bisogno di colmare i vuoti e la ricerca della perfezione divennero le basi della filosofia di ognuno di  quei piccoli stati che gli abitanti del luogo chiamavano grani.
Ebe  non si stupì che ci fossero confini ben definiti, non si stupì neppure nel notare l’attività  frenetica che si svolgeva ai bordi dei piccoli regni.  Anche nel mondo  bizzarro in cui era stata trascinata, le leggi erano quelle che conosceva: leggi terribili, ma sempre ispirate a una meticolosa ricerca di  quell’equilibrio che permette alle strutture ordinate di sopravvivere.  Vide quindi grani con orientamenti diversi unirsi per formare aree più estese, vide grani già grossi inglobarne di  più piccoli.
Si trovò così imprigionata in un pensiero,  un loop in cui ordine, disordine,  energia  si ripetevano,  formando uroboros  sempre più piccoli, più piccoli, più piccoli.

E poi fu di nuovo lì, dove le acque si incontrano. Percepì appena,  il  raggio di luce riflesso  da un tappo di bottiglia   prima che quel  pezzetto di metallo, dissepolto da un’onda, fosse di nuovo  inghiottito dalla sabbia.
Sorrise mentre il loop si discioglieva come la schiuma dell’onda nel tumultuoso abbraccio con le calme acque del  fiume.

Questo post partecipa al 2° Carnevale della Letteratura ospitato dal blog Il coniglio mannaro di Spartaco Mencaroni

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prof. di chimica
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