Didattica: Parole e pensieri

Alcune considerazioni sulla didattica e sulle sue conseguenze (o non conseguenze).

Dopo la lettura delle relazioni, prove evidenti di quanto l’ esperienza svolta in laboratorio abbia solcato  menti e i cuori  risvegliando interesse e curiosità insaziabile nei suoi  studenti, la docente perplessa analizza il suo operato cercando di coglierne i punti deboli, che devono essere parecchi, visti i risultati.

 Capitol primo

Parole

Qui si narra in che modo  l’insegnante ha tentato di far comprendere il seguente concetto  “le parole hanno un significato”

All’inizio del mini tour attraverso la chimica ha usato parole per far comprendere  che questa disciplina ha un suo linguaggio,  il  chimichese e che imparare nuovi vocaboli, e   usarli in maniera corretta era condizione necessaria per avvicinarsi a questa scienza e comprenderla

Ma si sa, verba volant e quindi le parole si sono librate in aria scomparendo per sempre. Visto che qualche inguaribile ottimista sostiene che invece  scripta manent, fiduciosa,  la docente ha scritto i vocaboli in questione, costruendo con la classe mappe ed evidenziando definizioni. Bisogna però ammettere che  in questa fase, ha trascurato l’applicazione di tecniche didattiche più ardite e avanzate quali la composizione di canzoni  o la messa in scena di  opere teatrali, ma purtroppo la  fantasia della docente, piuttosto avanti con l’età, ha qualche limite. Suppongo  inoltre che, in questi tentativi di lasciare una traccia imperitura del linguaggio scientifico, abbia sbadatamente usato inchiostro simpatico, perchè,  le parole scritte sono scomparse, lasciando inquietanti pagine bianche.

Allora, forte del detto “”se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco” dopo aver dato per quanto possibile, una massa alle parole, la docente è passata alle esperienze di laboratorio  ovvero  dal bidimensionale al 3 D, dall’ astratto al concreto.

Tranne in rari casi, purtroppo solo splendide eccezioni, i risultati si sono rivelati orrendamente deludenti.  Una forte sensazione di sconfitta pervade la docente che in un momente di delirio, sente risuonare le note di una canzone di Battiato:

” sul ponte sventola bandiera bianca”.

Capitolo secondo

Pensieri

2 Qui l’insegnante riflette  giungendo ad alcune conclusioni

L’ attempata docente ha la sgradevole sensazione che la sua opera scorra su pietra levigata senza lasciare traccia. Si chiede se il suo ripetuto invito a non studiare a memoria non sia stato invece un tragico errore didattico. Si chiede poi  se la frase “non studiare  a memoria” con quella sfrenata passione per la sintesi casuale che pervade i suoi studenti non sia stata per caso tradotta in un asciutto  ” non studiare”.

Recentemente la docente era stata  particolarmente colpita da  un articolo di Umberto Eco in cui lo scrittore incitava il nipote all’uso e all’allenamento della memoria. Giochi mnemonici, potrebbero essere d’aiuto. Il desiderio di gioco della docente è molto scemato lungo il percorso, ma forse …

Capitolo terzo

Arcobaleno

_ Ciao Prof !

Sul marciapiede del binario 6 della stazione di Bologna,  la docente ignora il saluto ,sicuramente non rivolto a lei. Si sofferma però a guardare la ragazza dai bei capelli neri che ha parlato: sembra proprio una sua ex studentessa. La ragazza sorride ed ecco comparire Hajar! 2°A ERICA di cinque anni fa: l’inferno. La docente ricambia il saluto, ma ingaggia una lotta epica donna/ prof per costringersi a rimanere e scambiare frasi di cortesia. Già la risposta alla sua prima domanda di routine la sconvolge: BIOLOGIA, poi il modo di fare,  il linguaggio, l’entusiasmo per la strada scelta e il desiderio di riprovare il test di medicina, per poter  realizzare il suo grande sogno fanno capire alla prof che, della quindicenne di un tempo erano rimasti i bellissimi capelli neri.  E così la nuova Hajar spiegò alla prof che con il tempo lei e la sua problematica classe, erano riusciti a trovare dapprima un percorso per collaborare, poi a capire quali fossero i veri interessi di ciascuno e  quindi a scegliersi una loro strada. Disse che aveva  sentito molto la mancanza di un percorso scientifico nel suo curricolo scolastico e che riteneva prematuro l’affrontare quelle materie nel biennio, quando non se ne capisce il valore. Mostrò poi  le relazioni del laboratorio di biologia e sorrise pensando al passato. Fuori intanto si era formata una luce particolare e la docente disse che con quella luce  doveva esserci per forza  un arcobaleno.

_ Eccolo prof!

Un bellissimo arcobaleno salutò la fine di quell’incontro. Hajar scese dal treno e la docente sperò di rivederla ancora.

Conclusione

La docente pensò che lei, insegnando nel biennio delle superiori,  incontrava gli studenti nell’età peggiore, quando  i problemi dell’adolescenza hanno la precedenza su qualunque altra cosa e offuscano il pensiero razionale. Pensò quindi che non doveva desistere e neppure pensare che il suo fosse lavoro inutile nonostante i risultati deludenti.  Riguardò le misere relazioni e riconsiderò   l’idea dei giochi mnemonici,  e anche quella delle poesie,  canzoni e opere teatrali. perchè il suo compito era quello di aprire finestre sul mondo: il tempo avrebbe poi deciso  il resto.

funzione docente

funzione docente

Autor: Eneko

Blog: …y sin embargo se mueve

Informazioni su spanni

prof. di chimica
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4 risposte a Didattica: Parole e pensieri

  1. marisamoles ha detto:

    Cara Margherita, hai saputo esprimere un disagio che purtroppo è comune (e per “comune” intendo che accomuna davvero tutti i docenti di qualsiasi disciplina, non solo quelli che insegnano la biologia) con una certa sottile ironia che apre alla speranza.
    Anch’io non sono più una giovane docente e di esperienza ne ho tanta. Mi chiedevo, poco fa tentando di scrivere un post che non so se pubblicherò mai, come colmare questa distanza tra noi e loro, i nostri studenti. In che modo cercare di comunicare tra noi colleghi, perché è un dato di fatto che la scuola negli ultimi anni ci sta facendo sentire soli e ci ha fatto anche perdere la voglia di confrontarci dato che si parte dal presupposto che non servirebbe a nulla. E così ognuno si crogiola nella sua solitudine, nella sua demotivazione, pensando a quando tutto questo finirà, al tempo della pensione che sembra sempre più lontano e noi non abbiamo le forze per risollevarci, per rimboccarci le maniche, non abbiamo la nemmeno la speranza che le cose possano cambiare. Ma chi è che deve cambiare? Cosa deve cambiare? Noi o loro? Io non lo so. Siamo soli, abbandonati dalle istituzioni, senza strumenti per ovviare a questa lenta agonia in cui siamo trascinati dal decadimento della scuola italiana. E noi, poi trasciniamo a fondo anche loro, i nostri allievi.
    Leggendo l’ultima parte del tuo post , ahimè, non mi ritrovo. Sto portando alla maturità una quinta, ragazzi che porto avanti dalla prima, ai quali ho dato tanto, poco corrisposta. Al contrario di ciò che è accaduto nell’incontro di cui parli, non vedo arcobaleni ma solo un grigiore inquietante che temo mi accompagnerà fino a giugno. Questa classe “marciava” super bene, al biennio, aveva tutti i numeri in regola per finire il liceo alla grande. E invece si sono come adagiati, seduti, senza sprint, senza gioia. La più completa apatia. Pensavo fosse un problema relativo solo alle mie materie: insegnare Italiano e Latino allo scientifico non è poi così esaltante. No, il problema è trasversale. Il problema è che non sanno dare il giusto valore a ciò che imparano – se lo imparano – studiano per dovere, poco e male, anche le materie scientifiche. E poi si giustificano dicendo che sono troppo proiettati in avanti, pensano ai test di aprile, per l’università. Certo,. anche quello è un pensiero non di poco conto, peccato che non so se ci arriveranno, alcuni, all’esame. Forse qualcuno guarda all’obiettivo più a lungo termine dimenticando quelli più vicini e urgenti. E così l’università rischia di allontanarsi sempre più.

    Scusa lo sfogo ma in questo periodo provo troppa amarezza persino per fare dell’ironia, che pure mi piace. .
    Un abbraccio.

    Marisa

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    • spanni ha detto:

      Cara Marisa, ci sono momenti in cui il senso del mio lavoro mi sfugge. Insegno chimica in un biennio di un tecnico commerciale, ex ragionieri e spesso mi chiedo perché. Se non avessi chiesto, e grazie al cielo ottenuto, il partime avrei 9 seconde vale a dire circa duecento alunni ( nuovi ogni anno) ai quali dorvei insegnare, in un anno scolastico, tutta la chimica. Un delirio che solo menti molto malate possono aver inventato. In questo contesto, i ragazzi che incontro sulla mia strada mi sembrano sempre più disorientati e spesso mi chiedo come riusciranno a vivere. Quando li vedo passare al trienno con un bagaglio ogni anno più ridotto, penso che quei ragazzi sono il futuro e mi sento male per loro, per me e per i miei nipoti. Incontri come quello che ho raccontato, mi fanno pensare che comunque qualche messaggio passi anche tra tutto questo filo spinato e che quindi convenga continuare a provare. D’altra parte è necessario avere piccole speranze, forse illusioni per sopravvivere.
      un abbraccio

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  2. laurin42 ha detto:

    L’obbiettivo di ogni insegnante: spalancare una finestra sul mondo ai suoi allunni!
    Fantastica riflessione! E lo prenderei come un augurio!
    Love
    L

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