Quella volta che Volta …

la strada per PietramalaMetano

Macchina fotografica

Rivista Universo

Alessandro Volta

Per dare un senso  a questa specie di  puzzle eccomi a Pietramala sconosciuto paesino dell’Appennino tosco emiliano.
Perché sono arrivata fin qui?
Proviamo a comporre i tasselli

Primo tassello
Mi piace sfogliare vecchie riviste: vi si trovano
sogni ancor oggi irrealizzati,
sogni non più sognati
e sogni in incubi trasformati.
E proprio scorrendo i titoli degli articoli di una vecchia rivista

rivista Universo

– L’Universo –settembre ottobre 1961-

ne ho trovato uno decisamente intrigante: Fuochi e viaggiatori a Pietramala di Leonardo Carandini.
Subito mi ha colpito l’ubicazione del paesino:

Pietramalain questa foto, infatti, appare proprio lì, ai piedi del passo della Raticosa, luogo facilmente raggiungibile dal paese in cui vivo. Poi i fuochi …
A questo punto mi sentivo obbligata a leggere tutto l’articolo, sicuramente scritto in quell’ italiano colto e complesso che si usava allora, nei lontani anni ’60.
Secondo tassello 

Alessandro Volta

Alessandro Volta
banconota da 10000 lire

L’incipit dell’articolo era :

“Pietramala è un piccolo villaggio che si trova alla più grande altezza della strada che metteda Bologna a Firenze. Alla distanza di poco più d’un mezzo miglio al disotto del villaggio sul pendio del monte evvi un terreno, come un piccol campo, il quale, mirato anche da lungi, vedesi coperto di fiamme, che sorgono all’ altezza di alcuni piedi, fiamme leggere, ondeggianti, e di color ceruleo la notte, come s’accordano tutti nel riferire gli abitanti di quelle vicinanze; in tempo di chiaro giorno queste fiamme non si scorgono che assai dappresso, e appaiono assai tenui e rossigne”
Così scriveva Volta , che nel 1780, aveva visitato a Pietramala i famosi “terreni ardenti” o come più comunemente venivano chiamati i “ fuochi”.

 

E così, in un colpo solo, scoprivo due cose: un fenomeno straordinario completamente dimenticato e la presenza del grande Alessandro Volta a Pietramala.

Terzo tassello
“Fuochi” e “Volta”, volendo giocare un po’, si possono associare a “metano” e “aria infiammabile della palude”. Fu proprio Volta infatti,  studiando le bolle ( da lui chiamate gallozzole) che si sviluppano nel fondo delle paludi, a parlare per primo di “aria infiammabile” ovvero  di quel metano  la cui  formula CH4  fu definita dal grande chimico A. Kekulé  nel 1857.
Gli studi e gli esperimenti di raccolta e combustione del gas di palude, sono raccontati da Volta in alcune lettere scritte tra il 1776 e il 1777 a Padre Carlo Giuseppe Campi. Alcune considerazioni sull’ attribuzione di questa scoperta al grande scienziato, sono mirabilmente esposte da Carlo Emilio Gadda in un articolo“Alessandro Volta e il metano” pubblicato sul “ Gatto selvatico” nell’ ottobre 1956 e contenuto in questo volumecopertina del libro Azoto

A Pietramala Alessandro Volta installò un vero e proprio laboratorio  nella locanda che lo ospitava e compì esperimenti che lo portarono a riconoscere, come causa di quelle fiamme, proprio quell’ aria infiammabile di palude da lui in precedenza studiata.
Tutti gli studi, gli esperimenti che Volta compì a Pietramala e le sue deduzioni sono raccolte in una memoria letta a Parigi nel 1782 e pubblicata nel 1784.

memoria di Volta del 1772
In questa memoria è descritta una sua teoria sull’ origine delle esalazioni infiammabili naturali di Pietramala definite terreno ardente: in pratica, questa è la prima ipotesi formulata sull’ origine del metano sotterraneo.

“Si avrà forse difficoltà a persuadersi, che esista sotto questo terreno una provvisione di aria infiammabile così grande, da poter somministrare alimento perenne all’ardere di tante fiamme. Ma se vogliam supporre che si trovasse altre volte in quel luogo una gran palude, la quale sia rimasta in seguito di tempo sepolta, per uno di quegli accidenti che è facile immaginarsi, sarà anche facile intendere come le sostanze vegetali e animali continuando a decomporsi vi abbiano colà entro lasciato il prodotto della loro aria infiammabile, la quale,ritenuta in quella sotterranea prigione, da cui essa esala sol poco a poco trapelando dal terreno, non sia pur anco tutta consumata: se si suppone , ciò che è ancor più verosimile, che una quantità di materie putrescenti venga continuamente condotta in quella vasta cavità sotterranea ( che in ogni conto dobbiamo ammettere che vi sia) da alcuni ruscelli d’acqua carichi di spoglie vegetali e animali i quali vi scolino come in una fogna,niente più vi mancherà per quel magazzino d’aria infiammabile,ampio, inesausto di cui abbiamo bisogno. Del resto l’aria infiammabile potrebbe eziandio venir fornita da qualcuna di quelle mine, che ne abbondano, come son le mine di carbon fossile. Ma io amo meglio credere che quest’aria sia della stessa specie che ho scoperto nei fondi delle acque stagnanti e sporche, per la ragione primieramente, che cotesta è più comune, e si produce in molto maggior quantità dell’altre, e dappertutto; in secondo luogo perché la maniera di ardere della nostra aria paludosa è simile in tutto a quella delle fiamme di Pietra-mala.”

E da bravo sperimentatore, Volta catturava l’aria infiammabile con delle bottiglie

storia del metano

Sulla copertina di questo libro è riprodotta una stampa che mostra la raccolta dl gas di palude da parte di Volta

utilizzando un metodo simile a quello usato per l’aria di palude, facendosi aiutare da persone che poi assistevano alle prove di combustione:
“La fiamma di quest’ aria si mostrò azzurra e lambente, tutt’affatto simile a quella dell’aria delle paludi”
Volta nota anche che le fiamme cambiano dimensione e intensità a seconda della siccità o delle piogge e dimostra che questo fenomeno “è dovuto alla pressione esercitata dall’acqua scolante nelle cavità sotterranee,facendone aumentare l’emissione di cotest’ aria attraverso gli screpoli e la porosità del terreno”
E prepara un esperimento per dimostrare la sua ipotesi.
Costruisce “un terreno ardente artificiale” mediante una grande cassa riempita di aria infiammabile sul cui coperchio vengono praticati dei piccoli fori, e ricopre poi il tutto di terra ed erba, per dare l’impressione di un terreno naturale. A questo punto non gli resta che imitare la pioggia bagnando il tutto con un innaffiatoio: l’acqua penetrando nell’ interno del cassone fa uscire in proporzione l’aria infiammabile dai fori del coperchio e attraverso il terreno. E

“ gettandovi uno zolfino acceso si alza una bella fiamma cerulea, che cresce o diminuisca seconda dell’ acqua versata”.

La memoria del 1782 di Alessandro Volta è veramente importante perché afferma e dimostra per la prima volta al mondo che l’aria di palude e quella che si sprigiona dai terreni ardenti sono la stessa cosa e ne indica l’origine .
E tutto questo grazie agli studi e agli esperimenti compiuti nella locanda di Pietramala.
Prima della spiegazione del Volta, il fenomeno era stato attribuito a diverse cause, alcune non troppo lontane dal vero:

la causa di questo fenomeno sta riposta nell’ olio di monte che continuamente dalle alture sgorga “ dice lo svedese Bijoernsthael- nel 1772 dopo un’ accurata visita ai terreni ardenti “ sui quali i pastori arrostiscono carne, uova, castagne e cose sì fatte” Lettere sui suoi viaggi stranieri- Poschiavo, 1782. Bella pensata, considerando che a quei tempi la relazione tra metano e petrolio certamente non era ancora conosciuta.
Altre, più fantasiose teorie, attribuiscono le fiamme  all’ elettricità a causa dell’odore dei luoghi, che “somigliava a quello che si sviluppava durante le esperienze elettriche”.

il fenomeno dei terreni ardenti a PietramalaLa Lande – Voyage en Italie Paris, 1786. La Lande dà anche una definizione del fenomeno, bellissima “Il più bello spettacolo che la fisica offra tra le montagne”
Piuttosto oscura l’ipotesi di De Brosses che nel 1739 ritenne che le fiamme fossero provocate dalle rocce che “ a furia di essere spelate e calcinate, assorbono la luce del sole e formano unna specie di fosforo”. Viaggio in Italia. Milano, 1957
Comunque l’ipotesi più gettonata fu quella del fenomeno vulcanico:
“ Non c’è dubbio che questo fenomeno dipenda dal fatto che sotto c’è un vulcano attivo. Non si sono ancora avute eruzioni clamorose e poco si sa. Un vulcano che può diventare formidabile se il ferro s’incontra in sufficiente quantità con lo zolfo per provocare terribili eruzioni” Abbè Richard- Description Historique et critique de l’Italie. Amsterdam, 1745.
E quest’ ipotesi sopravvisse a quella di Volta. Infatti benché cento anni dopo la sua visita a Pietramala, la sua presenza in quella località venisse ricordata da Fouqué sulla “ Revue des deux mondes” in questo modo “la locanda di Pietramala rimarrà celebre grazie al soggiorno di Volta nel 1780 e ai suoi esperimenti “ aggiungendo poi “ la sua stanza merita di essere visitata in religioso rispetto”, della sua attività a Pietramala e della sua ipotesi si perse memoria .
Come fu possibile? A ben guardare, se prima del settecento i viaggiatori si limitarono a osservare il fenomeno e il sentimento prevalente fu la paura, dopo il settecento subentrò l’indifferenza e un romantico distacco dalla spiegazione scientifica che faceva temere a viaggiatori come Stendhal ( a Pietramala nel 1817) la trasformazione “della bella montagna in un laboratorio chimico” Roma, Naples et Florence. Paris 1872.
Mi stupisce comunque che di Pietramala non ci sia traccia nel “Viaggio in Italia” di Goethe. Eppure il grande scrittore ( appassionato di scienze naturali) ha sicuramente percorso quella strada che da Bologna, attraverso gli Appennini, portava a Firenze e nei suoi due giorni fra  quei monti, deve aver visto Pietramala e i suoi fuochi.
Tornando alle ipotesi dimenticate, c’è poi un altro fatto che ha reso ancor più facile l’oblio. La fama dei fuochi di Pietramala fu col tempo oscurata dalla nomea delle locande ( poco sicure e infestate da cimici e pidocchi) e del cibo che vi veniva servito: il peggiore d’Europa . Di questo parlavano i viaggiatori, in maggioranza inglesi, costretti a percorrere quelle strade in condizioni estremamente disagiate. Altro che fuochi!
E il metano?
Solo nel secolo scorso si incominciò a capire il valore del metano e le fiamme di Pietramala si spensero per sempre. Il gas fu intrappolato in un metanodotto che scendeva fino a Firenze e che fu inaugurato poco prima del secondo conflitto mondiale.

 

 

 

Quarto tassello

Sempre invasa da una sorta di furor che mi costringe a fotografare tramonti, insetti , nuvole, fiori e tutto quanto abbia forma e colore, ho deciso di affidare i miei scatti ad una macchina fotografica. Per inaugurarla, ho pensato di mettermi sulle tracce di Volta e degli scrittori, pittori e intellettuali che, nei secoli scorsi, intrapresero il rituale “viaggio in Italia” itinerarioe percorrere così la via che da Pianoro, attraverso Monghidoro (Scaricalasino) porta alla Raticosa e quindi a Pietramala (forse però Volta vi giunse da Firenze visto che visitò Pietramala in occasione di un suo viaggio in Toscana!).
Il risultato di questo mio primo reportage è un ammonimento per quanti pensino di utilizzare in modo decoroso una macchina fotografica senza aver letto le istruzioni riportate nel cd in dotazione.

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Riflessioni a puzzle concluso
Pietramala è un paesino, con una grande chiesa costruita su quella originale del 1700, un albergo chiuso e in rovina ( non so se nelle vicinanze di quello che ha ospitato Alessandro Volta), senza tracce del suo passato (almeno non così evidenti, visto che non ho trovato nulla  e nessuno che potesse confermare le storie che vi ho raccontato) e con un futuro incerto (le frane minacciano il territorio)
Non c’è più traccia di fuochi o di qualcuno che ne racconti.
Non c’è più traccia del passaggio di Volta né di nessun altro viaggiatore.
Non c’è più traccia del vecchio metanodotto.
Non c’è ragione per sostare a Pietramala.
O forse no, ci si può fermare, osservare il paesaggio,  immaginare che all’ improvviso la valle si riempia di “fiamme leggere, ondeggianti, e di color ceruleo la notte”, e riflettere sul potere che hanno, il tempo e gli uomini, di spegnere ogni cosa.

pale eoliche viste da pietramala

Pale eoliche visibili da Pietramala

Informazioni su spanni

prof. di chimica
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